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Klaatu barada nikto

Scafroglia Nando

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Eroe e maestro d'armi (oltre che d'ascia), protomedico, matematico, astronomo, forse saggio, ridotto come un cieco a brancicare attorno; bello dentro (me l'ha detto il mio radiologo, che ritengo super partes), socraticamente ironico ed autoironicamente socratico. Bizantino. Stocastico, quasi ovunque continuo.
Chi è nato amico ed è diventato pure blogger (in fieri)
Le mie letture amene
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他のアルバム (104 件)

La pioggia di novembre

 
 
E se, e ma
mi pare sarà
eppure non piove e nuvole
non ne vedo di qua
è una striscia di cielo
non diversa da prima
solo freddo d'autunno
e bianco color di farina

guardo sopra al sesto piano
una goccia e poi l'altra si spiaccica in faccia
fa un rumore di sveglia
che tintinna sul ferro
di una gronda lontana

e viene la pioggia a lavare
le macchine in fila
gli allarmi strillare
e bagna le aiuole spellate
le multe stracciate
il cielo dei bar

sulla strada di pietra segnata
come panforte di tagli e binari
piove sulle varesine e gira gira
la giostra senza fine

cade sopra i tram che passano lenti
di ferro e di legno pazienti
con un occhio solo
buoni da guardare
dinosauri in fila ad asciugare
piove sui pensieri dietro ai fanali
delle tangenziali

e bagna nei cortili i gerani
le nere ringhiere
le lingue straniere
i viados di Gioia
la casba di Buenos Aires
le edicole accese
le borse e le spese

piove sulle campane
delle pievi romane
sulle grazie sui ceri
sui voti e sui desideri
cade sopra i piedi dei bambini
che ci sono ma non li vedi
sugli ortomercati
dentro i fabbricati
sopra le collette di spicci e sigarette
su uomini e su cani
e piove sulle urla dei villani

sul cimitero monumentale
sugli attacchini sugli spazzini
sulle chiese dei filippini
sui tavolini dei baracchini
sui gatti tristi dentro i cortili
sulle collane degli abusivi
sul padiglione degli infettivi
sopra i germani dentro i navigli

sui treni caldi dei pendolari
sopra i silenzi dei tassinari
sulle africane per mezzo ai viali
sopra i parenti negli ospedali
e piove stasera anche sul chiuso della galera

e venga la pioggia a Novembre
a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.



Vinicio Capossela
Album: Il ballo di San Vito
Year: 1996
Title: Pioggia Di Novembre
 
 
 
 
(foto: Nando Scafroglia)

Acqua dalla luna

 
 
Stamattina apro la consueta pagina di Google, predefinita sul mio browser, e noto il logo diverso rispetto a quello standard. È invalsa l'usanza da parte di Google di particolarizzare il logo del sito in particolari occasioni, come ricorrenze, eventi speciali. Oggi l'occasione è stata la scoperta di acqua sulla Luna. È un evento senza dubbio sensazionale, perché questo dà la possibilità di facilitare insediamenti umani sul nostro satellite. L'annuncio della Nasa è di quelli che restano nei libri di storia ed aprono nuovi orizzonti sul futuro dell'esplorazione umana dello spazio. È eccezionale vedere i progressi della scienza incidere sul nostro, o almeno delle generazioni a venire, sull'esistenza umana. Pure perché tra cinque miliardi di anni bisognerà traslocare per forza, a meno di non avere dovuto traslocare prima, da questopuntino azzurro nel cosmo.
 
 
 
 

Il pane dei morti

 
 
Contrariamente al tempo della scuola e a quello dell'università, il mondo del lavoro mi porta a contatto con fasce di età anche abbastanza diverse dalla mia e con persone di origine geografica sparsa sul territorio nazionale e non. Questa amalgama sociale provvede alla differenziazione e all'arricchimento in termini di esperienze e conoscenze, altrimenti poco probabile. Avere a che fare con una mater familias può portare quindi innovazioni in uno dei miei settori preferiti: quello culinario. Non si direbbe ma sono sensibile al fascino della forchetta. Ma anche del cucchiaio e del coltello (a fini alimentari). Purtroppo, in questo periodo sono in dieta disintossicante e quindi tante cose me le sono autobandite, altre ho dovuto toglierle da mezzo dopo la minaccia a mano armata della dietologa, per mantenere un'efficienza fisica che l'età avanzata comincia a compromettere. Prima dell'inesorabilità del destino fatale, mi sono messo quindi a dieta. Arriverò a Natale col preciso obiettivo dell'ingrasso tra l'antivigilia di Natale e santo Stefano. Poi i mesi nel deserto algerino contribuiranno a cuocermi a puntino.
Devo però confessare pubblicamente una mia mancanza che potrebbe portarmi all'esecuzione sommaria da parte della dietologa. Ma per coscienza lo devo dire. La voglia di scoperta mi ha costretto ad assaggiare un dolce tipico del milanese, portato in ufficio da una collega mater familias molto brava in cucina. Ho assaggiato il pane dei morti, dolce tipico della commemorazione dei defunti, dalle antichissime origini. In un primo momento, di primo acchitto, il nome mi inquietava un po'. Immaginavo una sorta di casatiello con gustosi tocchetti di cadaveri (i famosi cadaveri squisiti dell'arte surrealista). Poi le associazioni di idee mi hanno portato a pensare alle offerte di cibo lasciate per i defunti nelle tombe etrusche, egizie e così via. Infine tutto è stato più chiaro pensando ai funerali siciliani dei film anni '70-'80 e infine alle bancarelle davanti ai cimiteri che vendevano il torrone quando ero piccolo. Dai bei tempi di Demetra al commerciale Halloween, questo dolce viene mangiato in ricordo dei cari scomparsi. Certo, ci sarebbe da chiedersi se i defunti ne trovano giovamento da questo piacere dei vivi, ma sono altre questioni. Di fatto il conto calorico è saltato e ora bisogna applicare la regola della dietologa stalinista... Stasera ceci.
 
 
 

Un cadavere (tecnicamente lo è) squisito (a me piace molto), questione di prospettive.

 

Padri e padroni

 
 
Venti anni. Seguivo il telegiornale quella sera di vent'anni fa, per un noioso compito assegnato dalla allora professoressa di lettere, quando ancora i telegiornali erano seri, quantomeno avevano un minimo di autorevolezza, considerando il marciume dei nostri giorni. Le proteste del popolo avevano vinto, i tempi erano maturi per un cambiamento storico: cadeva il muro che divideva le due parti di Berlino dal 1961, simbolo della guerra fredda e della dittatura comunista.
Ovviamente qualche giornale italiano coglie l'occasione di ricordare da oggi quell'evento, sottolineando la dittatura comunista, evidentemente per farne uno dei tanti pretesti demagogici low-cost che caratterizzano il giornalismo italiano dei nostri giorni. Giornalisti con collare e padrone. Non che io simpatizzi per gli ex-dittatori comunisti, sia chiaro, ma il fatto è che non mi piacciono neppure i dittatori liberali. Il fatto di usare un evento storico e chiamare tutti gli avversari, senza se e senza ma, con l'appellativo di "comunista", con lo scopo di limitare il dibattito politico a guerriglia propagandistica dai vaghi toni melanconico-maccartista è, non solo anacronistico, ma lede il dibattito democratico, la convivenza degli Italiani stessi. Non sono solo parole, come si usa, di moda, ai nostri tempi. Basta pensare al continuo attacco alla Costituzione (la casa degli Italiani e dei loro diritti), all'equilibrio dei poteri dello stato, al futuro di questo Paese. Se solo quei professori avessero sprecato meno tempo sul Burchiello e su qualche altro poeta dimenticato del medioevo, per qualche ora in più di educazione civica, avrebbe fatto molto di più per il vivere civile oggi. La guerra propagandistica e mediatica non ammette il senso della pietas. Millenni di cultura occidentale non contano più, siamo tornati alla morale italica degli Etruschi. Senza offesa per gli Etruschi, tutto sommato brava gente operosa e dalle radici accadico-aramaiche con occhiolino da parte dei Sumeri, la più nobile delle civiltà quando il mondo intero giaceva nella preistoria. Non c'è la pietas latina, quella cristiana viene usata solo come stemma elettorale (viva la famiglia, viva la vita, ma poi se si va a vedere chi va ad Escort Turbodiesel, chi a Trams, chi ha tre matrimoni alle spalle e quasi quasi predica del revocare il divorzio, chi si scandalizza per la pillola e poi va a puttane). Gli Etruschi non conoscevano il senso della pietas (trucidavano i prigionieri in giochi antesignani degli spettacoli gladiatori, il preferito era incappucciare la vittima legargli le mani e darle in mano un bastone, che aveva solo lo scopo di divertire il pubblico dato che con le mani legate è difficile bastonare qualcuno essendo bendati, e farla sbranare da un branco di mastini inferociti), inoltre scandalizzavano i Greci e i Romani per i disinibiti costumi sociali, come ad esempio nei banchetti. A questi prendevano parte anche le mogli oltra che agli uomini che potevano fare sesso con prostitute in loro presenza. Le mogli però potevano fare sesso solo coi rispettivi mariti. In questo erano retrogradi rispetto agli odierni costumi italici, tra prostitute sacre (ordinate dai mass-media e dai rotocalchi scandalistici che sembrano avere più autorevolezza della Gazzetta Ufficiale) e transessuali traditori. Costumi ed etica dei nostri tempi, tra i nostri capi di ogni origine e schieramento. Ognuno ha l'etica che si merita, come avrebbe detto Aristotele dopo una abbondante peperonata in una sera di fine estate. C'è da chiarire solo chi ha fornito i peperoni ad aristotele prima del tempo. I soliti servizi segreti deviati (causa lavori in corso tra Loreto e Turro) o la magistratura comunista... E ora assistiamo sui giornali e in tv a guerre nello stile di zio Paperone e Rockerduck in attesa che i paperolesi si armino di badile e spingarda per ritrovare serenità e un valido futuro davanti a sé. Il giorno in cui si butteranno i telecomandi nei piloni di cemento del ponte sullo stretto (questa mi sa che me la frega Bersani... Samuele) e ci si liberarerà del grande fratello (quello di Orwell...) non sarà mai troppo tardi. Ma il nostro di muro è in piena erezione. Colpa del Viagra.
 
 
 

Storico graffito sul muro di Berlino.

 

L'impero della luce

 

Jesus College

The Empire of Light

Jesus College, Cambridge. Omaggio a Magritte by Nando Scafroglia.

 

 

Ultimatum alla terra

 
 
Mi piace molto guardare i documentari. Ne rilevo a iosa in edicola, la tv non la guardo più da anni grazie ad Hans Magnus Enzensberger, a Karl Popper e a Silvio Berlusconi. Mi informo leggendo on-line i quotidiani. Uno dei vantaggi è che posso fare una media ponderata su quello che si dice, in modo da avere la descrizione della verità, o presunta tale, quanto più possibile scevra da condizionamenti politico-reverenziali. La tv è troppo corrotta, almeno nei mezzi che usa e spesso in quel che dice, per potere dire la verità. Per evitare anche il condizionamento, quantomeno per renderlo minimo (mi è sempre piaciuta la statistica), dettato dall'ambito nazionale, provincialotto di un'Italietta che mai si smentisce, preferisco affiancare alla stampa italiana, quella estera statunitense, inglese, francese. Questo non assicura assolutamente la comprensione della verità, ma quantomeno evita pacchiani tentativi di distorcerla. L'amore verso la scienza e la conoscenza (figliola dell'esperienza, come diceva un mio lontano amico) è l'unico motivo che mi obbliga a cedere fondi all'editoria. Libri e dvd. Potrebbe essere anche questo un ricatto, un obbligo di dare l'obolo alla causa della stampa italiana, ma allo stato attuale ritengo il compromesso accettabile, per ora.
La comprensione del mondo che ci circonda, in tutte el sue sfaccettature, è l'arma più valida nei periodi bui della storia. L'ignoranza tanto lodata e decantata in giro, anche se non la chiamano così, è la più grossa minaccia per l'umanità. La salvaguardia del proprio orticello, specie per chi ha posizioni di rilievo nella società, senza pensare al bene comune, sfruttare ed umiliare, vendendo tutto questo come un bene che si fa all'umanità è il più orribile dei crimini contro l'umanità perché è la causa madre, l'arroganza, l'invidia, la prevaricazione, del male della società. Così si resta indietro. Così si costringe parte della popolazione all'infelicità e da qui in una parabola discendente di ogni stato di angoscia e disperazione. Si costringe al bivio tra assuefazione e disperazione. Colpa della crisi, si dirà. La crisi è già passata, si ribatterà. Allora chi si assume le responsabilità? E' sempre comodo imputare le colpe dei propri fallimenti e miserie agli altri. Un mondo di vittime in un mondo che ha bisogno di decisioni forti nell'interesse di tutti. Al di là dei premi Nobel per la pace dati prematuramente, delle miserie morali dell'uomo, degli scarica barile e del fantasista portoghese chiamato a risolvere i "problemi" al governo. Guardo spesso documentari di storia. Vico aveva ragione. E siamo sempre vittime delle medesime cause che si manifestano con inquietante ciclicità. Guardavo ieri sera un bel film di fantascienza, "Ultimatum alla terra". Ho vichianamente colto tutte le drammatiche continuità nel comportamento dell'uomo.
Homo homini lupus. Così da sempre. Esistono anche le tagliole. Klaatu barada nikto.
 
 

Adulterio di gateau di patate

 
Ingredienti per 4 persone:
 
100 g di patate disidratatate + 5 parti di acqua per reidratarle
2 cucchiai di fecola di patate
30 cl di olio di oliva extravergine
1 bicchiere di latte di soia
0,1 moli di NaCl
1 jocca
100 g di hamburger di soia sbriciolato
1 manciata di tofu grattugiato
 
oppure, che è lo stesso
 
600 g di patate
100 g di burro
1 bicchiere di latte
Sale
1 mozzarella
100 g di prosciutto cotto
1 manciata di formaggio parmigiano grattugiato
 
Preparare un purè con le patate precedentemente bollite e schiacciate, 50 g di burro e il latte caldo.
Salare e disporre metà del composto sul fondo di 1 pirofila imburrata.
Sopra al purè fare 1 strato di mozzarella a dadini e di prosciutto cotto a strisce.
Completare con un altro strato di purè, unendo qualche fiocchetto di burro e 1 manciata di parmigiano.
Cuocere in forno caldo per 15 minuti.
 

La finestra di confine

 

Un giorno la mia figura spettrale
farà da divano alla tua stanchezza,
rivedrai nel mio corpo da navigatore fallito
quella lastra di vetro, che io chiamo anima,
parlarti di cose comuni e banali.
Sarò la finestra di confine
dalla quale assorbire il tramonto
come una bevanda senza conservanti.

Fabrizio Orlandi
 

Chanson Pour L'Auvergnat

 

Elle est à toi cette chanson
Toi l'Auvergnat qui sans façon
M'as donné quatre bouts de bois
Quand dans ma vie il faisait froid
Toi qui m'as donné du feu quand
Les croquantes et les croquants
Tous les gens bien intentionnés
M'avaient fermé la porte au nez
Ce n'était rien qu'un feu de bois
Mais il m'avait chauffé le corps
Et dans mon âme il brûle encore
A la manièr' d'un feu de joie

Toi l'Auvergnat quand tu mourras
Quand le croqu'mort t'emportera
Qu'il te conduise à travers ciel
Au père éternel

Elle est à toi cette chanson
Toi l'hôtesse qui sans façon
M'as donné quatre bouts de pain
Quand dans ma vie il faisait faim
Toi qui m'ouvris ta huche quand
Les croquantes et les croquants
Tous les gens bien intentionnés
S'amusaient à me voir jeûner
Ce n'était rien qu'un peu de pain
Mais il m'avait chauffé le corps
Et dans mon âme il brûle encore
A la manièr' d'un grand festin

Toi l'hôtesse quand tu mourras
Quand le croqu'mort t'emportera
Qu'il te conduise à travers ciel
Au père éternel

Elle est à toi cette chanson
Toi l'étranger qui sans façon
D'un air malheureux m'as souri
Lorsque les gendarmes m'ont pris
Toi qui n'as pas applaudi quand
Les croquantes et les croquants
Tous les gens bien intentionnés
Riaient de me voir emmener
Ce n'était rien qu'un peu de miel
Mais il m'avait chauffé le corps
Et dans mon âme il brûle encore
A la manièr' d'un grand soleil

Toi l'étranger quand tu mourras
Quand le croqu'mort t'emportera
Qu'il te conduise à travers ciel
Au père éternel.

Georges Brassens

 
 

L'amore ai tempi della suina

 
 
 
C'è uno strano legame tra me e il Regno Unito. Almeno a livello lavorativo. Domenica mattina riparto alla volta di Cambridge. Quinta trasferta in UK per me, terza a Cambridge che sembra diventata la mia terza casa dopo Milano e Napoli. Questo per gli amanti delle classifiche e delle statistiche. Passerò al King's College a chiedere informazioni, in modo tale da fare risultare nelle classifiche e statistiche di cui sopra un mio passaggio in sede prestigiosa, un po' come in Normale (attuale record personale con una presenza di ben sette mesi per borsa di studio) o il passaggio al collegio dei fisici di Edimburgo, anche se solo per un ricevimento dato per i tecnici fluidodinamici (alias specialisti di well performance) del mondo del petrolio. Questa volta addirittura la Schlumberger a valle del suo corso di Matrix Stimulation ci conferirà un attestato in un college di Cambridge... Tra Londra e Cambridge avremo il nostro great time e impareremo a sturare i pozzi meglio del Mister Muscolo (brevetto di derivazione petrolifera? Non mi meraviglierei affatto). Tutto bello, tutto interessante, ma c'è un'incognita e questa incognita è il dottor Gaspacio il quale a causa della "pandemia" di influenza suina, molto diffusa in UK, ci ha dato 11 fascicoletti su tutte le malattie delle terre conosciute, in primis quello sulle malattie a trasmissione sessuale (avrà visto le facce da maniaco mia e dei miei colleghi... sono ironico...). Dicendoci però di non preoccuparci, tanto è meno assassina di quanto si pensasse, miete meno vittime di una normale influenza. Data la crisi il vaccino bisogna pur venderlo per mettere la gente a lavorare qua, quindi quale miglior mezzo dell'allarmismo mediatico (in Italia poi, siamo campioni mondiali grazie ad un certo giornalismo che ci contraddistingue e un giorno metteremo sopra di noi anche Corea del Nord e compagni vari di merenda e vinceremo l'orsetto di peluche pubblici) per scatenare il panico generale? Andrò in UK e sfiderò armato di amuchina e mascherine (per proteggere gli altri in caso di mia caduta sotto i mortai dei virus suini) questo mondo fatto sempre più di facce di corno di cervo. In compenso, dovessi ammalarmi, potrò sempre italianamente vantarmi di essere a letto con la suina. E tutti allora mi invidieranno, benpensanti compresi. Adoro le costolette. Ci affiancherei un po' di patatine. Il gateau no, lo lascio a chi non apre le scatole ermetiche per controllare se c'è muffa o meno. Questo serva da insegnamento quando si legge sulla confezione di consumare preferibilmente entro. Che sia di insegnamento e giovamento futuro. Sulle note e la voce di Madeleine Peyroux (River), italianissimamente vi saluto.
 
 
 
 
 
Afrodite al British Museum (Foto: Nando Scafroglia). 
 
 
 

L'ascensione di Praseodimia nelle inesorabili terre rare

 
 
Praseodimia, terra rara, ha problemi di ascensione. Il suo costante pensiero in quella scatola di acciaio al carbonio è quello di assurgere ad una condizione più aulica o sprofondare nella quotidianità senza precipitare al suolo. La dualità dell'essere e del vivere. Il baratro è insidioso, almeno quanto una condizione di traviamento morale dantesca. La terra però non inorridirebbe, al pari della caduta di Lucifero, e non si aprirebbe sotto. Lo spetasciamento al suolo è il manifestarsi di una condizione umana ineludibile. La terra beccata dal settimo piano fa male perché siamo tutti come delle buste piene di sangue pronte a schiattarsi a terra, inesorabilmente. Questa è la triste realtà delle cose umane: lo spetasciamento dietro l'angolo.
 
Praseodimia deve cucinare, torna dal lavoro, dalla palestra o dalla spesa. Polli alla cipolla, polli all'aglio... oppure al curry o mantecati al potassio... persino alle terre rare. Ma lo spetasciamento è sempre dietro l'angolo. L'ascensore potrebbe non arrivare mai a destinazione... Se ha lasciato il pollo sul fuoco... il pollo si brucia, sempre, se non sta attento. Ma l'ascensore potrebbe essere l'insidia mortale dietro l'angolo. Una volta uno è precipitato nel palazzo affianco a quello della nostra terra rara. Spesso cerca di esorcizzare prima di chiamare l'ascensore quando è con amici o con Dysprosio, il suo ragazzo. Battute tali da fare spetasciare le mandibole, tanto da dovere chiamare un medico che cura le mandibole per il troppo ridere.
 
Gli ascensori moderni non precipitano come i DC-9. Hanno dei freni che automaticamente portano la cabina al piano terra. Vite e madrevite, rotismi epiciclopici, razzi alla ispettore Gadget. Roba di un certo livello. L'ascensore di Praseodimia cala inesorabile come una lama di ghigliottina. Senza preavviso. La cinematica è inesorabile, pochi secondi e l'impatto al suolo è inevitabile. La dinamica dell'urto anelastico è ancora peggio. Le forze impulsive non danno nessuna speranza nell'ascensore di Praseodimia. Bisogna solo studiare la posizione del tuffo sul cemento in modo da far assorbire l'energia dell'urto agli organi non vitali. Magari indossando dei comodi elastici, delle molle a bovolo di quelle che si usano in ambito ferroviario come respingenti, oppure speciali trampoli in lega leggera o degli smorzatori idraulici, a seconda dei gusti estetici e sensibilità dell'ingegno.
 
Come potrà mai rassicurarsi Praseodimia per prendere quel benedetto ascensore senza temere il peggio almeno due volte al giorno?
Sette piani a piedi o cambiare casa.
 
 
 

L'assedio del buio (foto: Nando Scafroglia)

 

 

Lettera al... consolato dell'Algeria

 

 

Richiesto il visto per l'Algeria.

 

Dansen og valsen (Gleda)*

 
 
ovvero "quel pianoforte dagli occhi scandinavi"
 
 
"Ora la mia mente andava, seguiva le orme delle cose che pensava. Una canzoncina ardita mi premeva le ossa del costato. E il desiderio di tenere le tue tenere dita. Libero. Libero. Vorrei tre giaculatorie e diversi spirari e rosari composti di spicchi di arancia. E l'aria del mare e l'odore marcio di un vecchio porto. E come pesce putrefatto: putrefare. Libero. Libero."**
 
 
 
 
Reflejos de luna (foto: Nando Scafroglia)***
 
* Stefano Bollani, Glega.
** Franco Battiato, Fornicazione.
*** Diffrazione di Fraunhofer, la luna e i palazzi attorno visti dalla mia zanzariera.

Gita nel mondo fluttuante della Poppins e dei maestri della natura

 
 
Nelle stampe di Hiroshige Utagawa (artista giapponese dedito alla rappresentazione del mondo fluttuante, il maestro della natura) ho trovato ispirazione per le foto che verranno nel futuro prossimo. Sono a Roma, dal pc della Poppins, ad aggiornare un po' la situazione qua su questo blog. Un week-end fotografico con tanto di stage dell'amica Poppins, sempre ricca di spunti e innovazioni. Nelle innovazioni della Poppins sono compresi i biscotti orbitali e gli ascensori cedevoli dai quali imparare a sopravvivere e nei quali le leggi dure della meccanica condannano a morte. La Modotti (la mia macchina reflex) ha dato prova di grande stoffa e mi ha regalato nuove belle foto, realizzate con (per me) innovative modalita' (per i puristi cruschensi, la tastiera della Poppins e' anglosassone e quindi non avezza agli accenti, quindi in questo post non vedrete accenti ma apostrofi usati impropriamente un po' ovunque...). Appena scarico le foto a casa, realizzo il nuovo album dedicato a Roma, gran bella citta'. Tanto bella da viverci volentieri. Ho imparato a fare foto in condizioni di luce assurde, cosa che la cara vecchia Kodak l'anno scorso non era riuscita assolutamente a gestire. Il filtro A-DEP ha risolto quest'annoso problema ed ha aperto un nuovo capitolo nelle dissertazioni sulle riflessioni e sulle rifrazioni da parete verticale col sole a perpendicolo.
Dalle foto notturne al Gianicolo, a San Pietro e al Tevere al mio arrivo, passando per i luoghi classici turistici di Roma, sono giunto oggi quasi stramazzato (perche' il grosso l'ho fatto a piedi...) alla mostra di Hiroshige, prolungata fino alla prossima settimana in maniera tale da farmi assistere oggi. E' stato un viaggio affascinante tra le stampe di meta' Ottocento del maestro giapponese, simile per stile ad Hokusai, anche se nelle sue opere c'e' la continua ricerca dell'armonia nella natura e nella vita degli uomini, mentre Hokusai era un po' piu' drammatico nelle scene che rappresentava. Ed ho scoperto che anche Hiroshige ha influenzato Monet, Manet, Van Gogh, come avevo appreso alla mostra su Monet (ai tempi della visita di Rossana, Lea, Mara, piu' i residenti) a Milano il legame con Hokusai ed altri artisti giapponesi. Per colmare la mia enorme ignoranza sull'arte giapponese, molto sponsorizzata quest'anno anche a Palazzo Reale a Milano, ho acquistato apposito libro per la sezione arte della mia libreria. La cosa piu' affascinante e' stata la similitudine che ho colto tra tali stampe ed alcuni miei modi di concepire le fotografie, tanto da doverci dedicare un serio momento di riflessione per capire dove sono e dove posso arrivare.
La citta' di Roma si e' mostrata in tutta la sua caoticita'. Bella ma caotica. Dico questo perche' per ogni foto che tentavo di scattare sbucava sempre un panzone o una panzona stranieri a fare perdere armonia alle foto. Non che io sia un damerino, ma non mi metto davanti alla gente che sta scattando le foto, cosi' impunemente. Poi certe buche per strada che le sentivi tutte in motorino. Ma resta tutto il fascino della Roma barocca dei papi, lo splendore dell'antichita' e si capisce perche' la capitale non sia stata Torino, Firenze o qualunque altra citta' italiana. Girare per le strade del Testaccio per una pizza alla romana, sottilissima, quasi impensabile a Napoli, e' una cosa che mette serenita'. Da sentirsi in un film dei bei tempi in romanesco. I romani che parlano in romanesco, geniale.
 
 
 

I gorghi di Naruto (Hiroshige Utagawa).

 

 

Frontiere e dogane

 
 
Ero sulle sponde del lago di Lugano e mi trovavo a Gandria. La destinazione successiva del battello che mi portava in giro per il lago sarebbe stata il museo della dogana sull'altra sponda del lago al confine con l'Italia. Avevo letto la storia del Canton Ticino il giorno prima di partire per la mia prima escursione in terra elvetica. Storia un po' strana, almeno quella recente, da Napoleone in su, per intenderci, quella moderna. Delle legioni romane è ormai sepolto il ricordo, dei bei tempi in cui lì si tenevano d'occhio i varchi attraverso le Alpi. I cantoni di origine tedesca e francese hanno sempre guardato la parte italiana dall'alto verso il basso, non solo per una questione di altitudine. Tanto che, da quello che avevo letto, non avevano mai riconosciuto l'indipendenza, anzi imponevano dazi alle popolazioni locali. Con l'arrivo della Repubblica Cisalpina di Napoleone, ci fu il tentativo di annettere il territorio alla loro repubblica, ma i Cantoni Sovrani, cioè quelli che controllavano il Ticino avevano costituito una guardia cittadina a Lugano che respinse dopo varie vicissitudini l'attacco, obbligando i patrioti italiani a rifugiarsi nella exclave di Campione d'Italia (lembo di terra italiana in territorio svizzero, anomalia legata ad un lascito testamentario del Medioevo). Però anche i Cantoni Sovrani dovettero ingoiare il rospo quando si resero conto che Napoleone aveva riconosciuto la sovranità del territorio come indipendente e i ticinesi si sono ritrovati liberi e svizzeri. Da questa bella storia, a lieto fine perché se fossero diventati una provincia lombarda non so quanto ci avrebbero guadagnato oggi come oggi, mentre ora hanno un posto di rilievo sulla scena finanziaria con le banche e hanno organizzato benissimo il proprio territorio per accogliere i turisti. Già che fanno cambiare a Chiasso, dove arriva il lercio regionale italiano, la dice lunga. Riflettevo su questi particolari, su quanto alla fine siano stati fortunati a rispedire quei patrioti italiani a calci nel sedere a Campione ed osservavo quel confine. Pensavo alla dogana presente tra i due Paesi, in un'Europa senza più dogane. Immaginavo un Totò e un Aldo Fabrizi a rincorrersi lì sui monti. Riflettevo sull'abissale divario tra l'IVA ticinese e quella italiana (7% contro il famigerato 20%, per avere un Paese allo sfascio, rispetto all'ordine elvetico). Rilevavo la differenza di costumi tra le due regioni divisi da quella linea ideale, manco filo spinato, ma solo clinali di montagna, quindi qualcosa di puramente naturale, senza intervento dell'uomo.
Alla fine di tutto questo processo cognitivo, durato un'oretta mentre ero in attesa del traghetto da Gandria verso Lugano, sono giunto alla conclusione tramite un'illuminazione... Perché non dovrei essere fiero di essere italiano? Solo per la scandalosa (ma non solo per gli scandali, ma per decenni di mal governo impostato sull'idea di dover corrompere piuttosto che cercare l'eccellenza e premiare la meritocrazia) classe dirigente e per le abitudini caciaresche popolane? Usiamo le fogne per metterci i televisori, i giornali, la pubblicità, stili di vita che qualcuno ci ha imposto senza che potessimo scegliere tra alternative più valide.
Vedete Videocracy, su come si alleva a tette e culi un elettorato, sulla cultura del niente e dell'apparire e basta che imperversa ovunque, e poi magari ne riparliamo. Lungi il qualunquismo, non gradito.
 
 
 
 

Un cigno nel lago di Lugano, in nessun palazzo rinchiuso (foto: Nando Scafroglia).

 
 

Il silenzio della Svizzera

 
 
Ieri ho visitato per la prima volta delle località in territorio elvetico. Per la prima volta ho eseguito transazioni in franchi svizzeri (20 franchi investiti tra gelato, caffé, qualcosa da mangiare a volo e qualche mezzo pubblico), ho attraversato il confine sottoterra tra Como e Chiasso, in un convoglio italiano TiLo, impoverito ma con tanta dignità (per poi prender un ETR150, un loro treno regionale...), sono stato riconosciuto come italiano senza neppure aprire bocca. La mia tenuta esplorativa (la stessa che avevo da Mara a Torino e che prevede vari gradi di marsupialità e almeno due macchine fotografiche pronte a scattare) non è che sia il massimo dell'eleganza, ma c'è da dire che va bene per la maggior parte delle terre di clima temperato del Vecchio Continente, da Lisbona a Minsk. Con piccole migliorie tecniche sarò pronto anche per il deserto nord-africano. È il massimo della praticità, ma non il massimo dell'eleganza. Quindi, tutto sommato, non era difficile essere riconosciuto come non-svizzero. Il silenzio contraddistingue il territorio e i costumi svizzeri. Specie nei giorni di festa. Vagavo per i sentieri dell'ulivo di Gandria, che si inerpicavano sulle pendici dei monti ai bordi del lago di Lugano a pochi chilometri a pochi minuti di battello da Lugano, e c'era solo un religioso e rispettoso silenzio. Evidentemente erano altrove. La prima tappa svizzera mi è piaciuta: bellezze naturali e ordine ovunque, cordialità e straordinaria capacità a capitalizzare.
 
 
 

Sul lago di Lugano (foto: Nando Scafroglia).

 

 

Il mistero dell'alef

 
 
La figura del matematico geniale oltre misura (tanto da sconfinare nella follia) attualmente mi attira. Pur avendo avuto dimestichezza con la matematica nella mia carriera universitaria, in quanto ingegnere, non ho mai avuto a che fare con grandi geni della matematica. Purtroppo l'impegno con la fluidodinamica numerica mi ha portato nel mondo del calcolo numerico, facendomi scoprire questa insana passione per la matematica, ben oltre la mia competenza formativa da ingegnere meccanico, manco elettronico per dirla tutta. Il momento di massimo splendore per le conoscenze matematiche è stato quando ho frequentato la scuola di specializzazione alla Normale a Pisa. Ci sono stati esami come quello di chimica computazionale e quello di modellizzazione matematica. Vinsi il concorso mentre facevo il dottorato a Napoli al quale rinunciai per le nere prospettive nell'università normalizzate sulle nere prospettive di allora della mia vita. A posteriori è stata una buona mossa, ma il futuro sarò l'unico arbitro e giudice. Oggi ho cominciato un nuovo libro, "Il mistero dell'alef", di Amir D. Aczel; parla della ricerca dell'infinito tra matematica e misticismo, la ricerca dell'infinito che ha sempre affascinato matematici e teologi. Il libro parte da Pitagora, passando per Galileo e Bolzano, fino ad arrivare a Cantor, sul quale si sofferma maggiormente. L'ipotesi del continuo tanto cara a noi ingegneri nasconde una storia strana e ricca di curiosità, non l'avrei mai immaginato quando ho buttato fuori l'anima per studiare gli esami di analisi ai primi anni dell'università. La ricerca di Dio da parte di un matematico ha portato ad una teoria fondamentale come quella della continuità, fondamentale in tanti campi della tecnica, vallo ad immaginare... Sarà forse per questo il motivo per cui ci sono alcuni casi di deliri di onnipotenza tra i professori (esperienza personalissima eh, senza generalizzazioni) quando studiavamo all'università, che siano stati iniziati a loro tempo sul mistero dell'alef... Ho preso il libro dopo averne letto la recensione su Matematicamente.
 
 
 
 

 

La realtà è là fuori (foto: Nando Scafroglia, Pergolitian Museum).

 

 

Vacanza a tappe forzate

 
 
 
Questa settimana sono in giro per l'Italia settentrionale, da est a ovest, per vedere posti che non avevo mai visto prima assieme ad una delegazione della mia famiglia giunta da Napoli per la tradizionale visita di Ferragosto. Una settimana di ferie a tappe forzate, chilometri di ferrovia bruciati nell'arco delle ventiquattro ore di ciascun giorno. I laghi, la laguna veneta, le città d'arte attorno a Milano e forse qualche tappa questo weekend in montagna sono gli itinerari che sto seguendo, tirati fuori dal cappello dopo discussioni alla macchinetta del caffè la mattina coi colleghi settentrionali, da animate discussioni su messenger, da guide varie, dalla rete, a caso. Per l'occasione ho messo in funzione l'ammiraglia delle mie macchine fotografiche, la Modotti. Il passaggio dalla compatta alla reflex è stato abbastanza duro, per fare foto come voglio io devo lavorarci su e non poco. Questione di tempo e di esperienza. Per ora auguro buona estate a tutti e appena posso scrivo qualcosa come si deve.
 
 
 
 
Eurostar City Venezia S.L. - Milano Centrale delle 19.50 (foto: Nando Scafroglia).
 
 
 

Il tao del click

 

 

Ogni foto che scatto è spesso una ricerca estetica di un attimo. È (alt+0200, per i curiosi) un'emozione, sì, proprio un'emozione. A meno che non sia in modalità "sonda spaziale" dove il mio unico scopo è documentare un percorso, un path come diceva mio nonno che era stato in America ai tempi del proibizionismo. Poche regole, poca tecnica, e magari si nota, ma la costante ricerca di un attimo, in cui qualcosa brilla nella mente e bisogna scattare.

È un po' come scoccare una freccia senza puntare il bersaglio, perché in fin dei conti si sa già che la freccia andrà al bersaglio, che sa la sua strada da percorrere. Tutto il resto è caso e caos. Portarsi dietro la macchina fotografica non è una mania ma un rituale come una cerimonia del tè. Tra il caso e il caso c'è un lungo ponte fatto di corde intrecciate fatte di interpretazione.

Una foto è un universo bloccato in un istante, fermo. È come una fetta di pane sulla quale è stato cosparso del profumato olio extravergine d'oliva, pomodoro dalla giusta acidità, basilico dalla larga foglia e un pizzico di sale, gusto della vita. È come quando si considera la teoria delle stringhe, dove risulta che ciò che vediamo non è altro che qualcosa di schiacciato rispetto alla realtà che ci circonda fatta di tredici e passa dimensioni.

Una foto può venire bene o male, troppo bene o troppo male, solo perché è un mondo a due dimensioni dove ce ne sono tre spalmate come crema di nocciola. Chi viene troppo bene in foto senza esserlo si vanta di una distorsione prospettica, si vanta di una bugia. Chi viene troppo male in foto si cruccia per un'interpretazione dettata dalle leggi della prospettiva. Se la prenda con Brunelleschi e non si faccia venire stupidi complessi.

 

 

Scherzi di natura, freaks (foto: Nando Scafroglia)

 

Il mondo da un oblò

 
 
 
Per una serie di imbarazzanti cause e coincidenze non avevo mai volato prima di un anno fa. Ho cominciato a farlo per lavoro e il mio primo volo fu verso Aberdeen in Scozia. Era un gap tremendo in un mondo globalizzato, dove tutto è più vicino proprio grazie ai voli anche a costo irrisorio. Poi, cambiando lavoro, mi sono trovato a sostituire con l'aereo altri mezzi di trasporto per me convenzionali ed è stata una continua scoperta. Anzi, a dire il vero, negli ultimi tempi ho cominciato a volare abbastanza da cominciare a pensare alla fisica del volo e a tante altre cose tecniche, è la mia natura da ingegnere leonardesco che viene a galla. Chi mi conosce bene però lo sa che in ogni cosa che io faccio c'è un sottofondo di poesia, un'armonia che nasce da un qualche ordine da qualche parte. Qualcuno potrebbe indicarmi Jung, un ramo di parabola, quel che conta però è che la fantasia resta nonostante l'incedere degli anni e questo mi fa ben sperare per il futuro, per affrontarlo più serenamente a partire da adesso. Adesso e qui, ma sempre con la macchina fotografica in mano, sempre pronta per Regio Decreto Scafrogliano dal 2005 a documentare la realtà attorno a me. Scusate il riferimento, ma non ne ho altri. Con questa placida tranquillità, e oserei dire filosofia, ho cominciato a fotografare il mondo al di fuori dell'oblo di un aereo, cercando di identificare ciò che si riesce a vedere con le mie ampie conoscenze geografiche e con quanto riportato su atlanti di varia natura, evitando di fotografare durante i decolli e gli atterraggi poiché tutto sommato la macchina digitale è pur sempre un dispositivo elettronico e non tutti potrebbero essere d'accordo a farmela usare in volo. Cerco così di intrappolare in una matrice di pixel colorati quel che si vede e quel che si riesce a discernere tra le nuvole, foschie e riflessi del sole. Anche se quello che più mi affascina sono le luci delle grandi città di notte, coi toni al tungsteno, neon e sodio. Strano, ma non è affatto strano, vedere da quell'altezza il prevalere di questi tre toni, con tutte le luci colorate che ci circondano da lassù si vedono quelle più comuni. Ogni volo è un volo con la fantasia a immaginare luoghi da vedere, strade da percorrere, gente da incontrare. "Chissà come vivono laggiù". A volte, nei vortici della fantasia, mi sembra di essere una sonda spaziale alla ricerca di vita intelligente, proprio in volo su un mondo sconosciuto e misterioso.
 
 
 
 

Nando Scafroglia in tenuta leonardesca da volo (foto: Marco "Salmastro")

 

 

Il peso delle libertà

 
 
Per quanto uno si possa impegnare, certe giornate nascono male. Ne sapeva qualcosa James Watt (quello che ha inventato la macchina a vapore, padre degli ingegneri meccanici, ora pro nobis) in George Square a Glasgow che ho ritratto qualche tempo fa: come tutte le statue della piazza, anche regine a cavallo e grandi di Scozia, era sotto il peso incessante dell'idea di libertà. Ma una statua di quella mole, non può certo ritenersi libera nella sua fissità. Ci sarebbe voluto un Michelangelo col suo Mosè magari. La libertà si paga sempre, vero, ma sempre meglio che stare a pagare, a proprie spese, la libertà degli altri. Le libertà.
 
 
 
 

Statua a James Watt in George Square, Glasgow (UK) (foto: Nando Scafroglia)

 

14 luglio 1789

 
 
Liberté, Égalité, Fraternité (in lingua francese Libertà, Uguaglianza, Fratellanza) è il motto della Repubblica Francese. Liberté, Égalité, Fraternité (in lingua francese Libertà, Uguaglianza, Fratellanza) è il motto della Repubblica Francese.
 
La prima parola del motto repubblicano, Liberté fu all'inizio concepita secondo l'idea liberale. La Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (1795) la definiva così: «La libertà consiste nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui». «Vivere liberi o morire» fu un grande motto repubblicano. Sotto il governo di Maximilien de Robespierre, la libertà era riservata a coloro che detenevano il potere: «Nessuna libertà per i nemici della libertà» recitava il motto del Terrore (Terreur).
 
Secondo termine del motto repubblicano, la parola Égalité significa che la legge è uguale per tutti e le differenze per nascita o condizione sociale vengono abolite; ognuno ha il dovere di contribuire alle spese dello Stato in proporzione a quanto possiede. Siamo tutti uguali, non c'è distinzione, la legge vale per tutti! Il principio teoricamente era già presente nel concetto di Stato di diritto, ma con la Rivoluzione Francese venne praticamente messo in atto.
 
Nella Dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino, parte integrante e iniziale della Costituzione dell'anno III (1795), la Fraternité, terzo elemento del motto repubblicano, è definita così: «Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi; fate costantemente agli altri il bene che vorreste ricevere».
 
 
 
 

Il palazzo dell'Assemblea francese a Parigi (foto: Nando Scafroglia).

 

 

 

 

Dominique Bretodeau

 

Ricordo poco, tranne che dei flash, del periodo delle elementari. Pochi fotogrammi sparsi, piccoli frammenti di una quotidianità lontanissima, di un'infanzia che qualche prova attesta che c'è stata. Ricordo vagamente i compagni di banco che si sono succeduti nel tempo, ne è passato di tempo. Un giorno, per caso, tramite Facebook, ho ritrovato Silvia, mia compagna di banco in terza elementare. Avevo cominciato a cercare prima nella memoria, i nomi dei vecchi compagni di classe, e poi in rete per vedere se riuscivo a trovare qualcuno, per curiosità, per vedere cosa il destino avesse riservato a quelle persone con le quali avevo condiviso tanti momenti dell'infanzia. La cosa buffa è che, nonostante non ci vedessimo da più di venti anni, abbiamo ritrovato tanti interessi in comune, un imprinting che forse ci avrà condizionati proprio in quell'infanzia così lontana. Poi ci sono, ovviamente, le divergenze dettate dal caso e dal caos. Lei fa la prof, ha un bellissimo bimbo e una bella famiglia e vive nel paese dove abbiamo frequentato le elementari. Per caso mi trovavo a Napoli e ci trovavamo a pochi chilometri di distanza, roba da dieci minuti di automobile. Ci siamo incontrati sul molo a due passi da casa di mia sorella, dove risiedo quando sono a Napoli, e un vecchio quaderno da terza elementare ha aperto le porte della memoria, come succede a Dominique Bretodeau in Amélie...



NARRATORE: Questa mattina, come tutti i martedì, Dominique Bretodeau è uscito a comprare un pollo ruspante. In genere lo fa al forno con le patate saltate. Dopo aver tagliato le cosce, il petto e le ali, il suo piacere più grande è scarnificare la carcassa ancora bollente con le dita, cominciando dal "boccone del prete". Invece no, nient'affatto, oggi Bretodeau non comprerà il pollo. Non andrà oltre questa cabina telefonica. Questa qui. In un istante tutto gli riaffiora alla mente. La vittoria di Federico Bahamontes al giro di Francia del '59. Le sottane della zia Josette. E soprattutto quella giornata tragica... la giornata tragica in cui vinse tutte le biglie dei compagni.
INSEGNANTE: Bretodeau! Bretodeau! La pinza, Bretodeau! Bretodeau, la conosci la pinza?
DOMINQUE BRETODEAU: Un cognac, per piacere. È incredibile quello che mi è capitato. Sarà stato il mio angelo custode, non è possibile, se no. Era come se la cabina mi chiamasse. Squillava, squillava, squillava...
BARISTA: A proposito di squilli, c'è il microonde mi chiama.
DOMINIQUE: Posso avere un altro cognac, sì?
BARISTA: Hm-hm.
CLIENTE: Grazie mille.
DOMINIQUE: Strana la vita! Quando uno è piccolo il tempo non passa mai. Poi, da un giorno all'altro, ti ritrovi a 50 anni. E l'infanzia, o quel che ne resta, è in una piccola scatola, che è pure arrugginita. Lei ha già dei figli, signorina? Io ho una figlia che avrà più o meno la sua età. Sono anni che ormai non ci parliamo. Sembra che abbia avuto un figlio. Un maschio. Si chiama Lucas. Beh, direi che sarebbe ora di andarli a trovare prima di finire in una scatoletta a mia volta.
Lei non trova?

  

da Il favoloso mondo di Amélie

 

 

 

 

Il quaderno delle elementari (foto: Nando Scafroglia)

 

 
Logistica e triangolazione
Eccellente Smithers!

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