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I blogger ritrovatiGli oggetti smarriti, nella migliore delle ipotesi, prima o poi arrivano all'ufficio oggetti ritrovati. Qualche maligno potrebbe dire che le cose di valore non arrivano mai al legittimo proprietario, ma si potrebbe dire che non necessariamente esiste un padrone come nel caso dei blogger. Almeno dei blogger di come li conosciamo noi da queste parti, nulla a che vedere con il mondo dei blogger da top ten di classifiche, fatti di pseudopolitici, giornalisti più o meno contrari al regime, giornalisti del regime sotto mentite spoglie, giornalisti del regime in quanto tali, scrittori, attori, tuffatori e olimpionici vari ed eventuali. Nulla di tutto questo. All'ufficio oggetti ritrovati, il 30 maggio, un gruppetto di blogger senza padroni ma con una forte identità si sono ritrovati da soli, senza l'apporto esterno di trovatori e trovieri. Il pretesto pretestuoso per l'incontro è stata la mostra di Monet al Palazzo Reale di Milano. Una mostra interessante e che lascia riflettere sull'impressionismo, su Monet e sui suoi legami con la cultura giapponese. Ma anche sulla capacità di alcune persone di andare oltre e di non fermarsi all'apparenza, andare oltre ad un'increspatura di onde su uno stagno con tanto di ninfea, archetipo quasi di Monet stesso. E' stata una bella esperienza con tanto di acquisto finale di un libro sull'ikebana e i suoi legami con lo zen, scritto dalla signora Herrigel (avevo letto già tempo fa il libro di suo marito sul tiro con l'arco e lo zen, credo ai tempi di Pisa o nei primi mesi di Milano), e un altro libro sulla cerimonia giapponese del tè. Ho già letto il Libro d'ombra, che parla del senso estetico giapponese tradizionale, e quindi già pregusto il mondo che si cela tra le pagine di quel libro. Mi chiedo cosa possa avere percepito un qualche cavaliere a caso andato alla mostra. Chissà se è andato oltre o ha avuto le stesse sensazioni. Certo il nome Monet scritto così male sui cartelloni... manco gli errori macroscopici hanno corretto, mancava la vocale finale. Pentole, ninfee, valute, valutazioni e conseguenze tratte e continue. A capirli questi giapponesi, questi samurai shintoisti. Dal basso del nostro taoismo, possiamo dire che la mostra ci è piaciuta ed è stata una bella esperienza, sono bravi gli organizzatori e curatori delle mostre di Palazzo Reale, mi hanno sempre regalato (il biglietto sempre pagato pieno) emozioni ed occasioni di riflessione e di crescita culturale, se non interiore. Un po' come la percezione dell'arte per i giapponesi, fatta di esperienza interiore, che dà qualcosa di tangibile all'essere e non certo fatta di semplice senso del bello fine a se stesso, tipico della cultura occidentale, dove il bello, oggi come oggi, in alcuni paesi assurdi, può dare candidature politiche. Il giro che avevo progettato per la visita a Milano era tarato su olimpionici. Purtroppo, non siamo riusciti a fare la staffetta quattro per cento. Abbiamo fatto il possibile, anche tenuto conto della famosa organizzazione Scafroglia. Organizzazione taoistica, secondo la quale tutto parte dal basso e si auto-organizza, molto vicino all'essere napoletani. Già si vede nell'appuntamento dato per intervalli e non per evento puntuale. L'approccio probabilistico è tipico di noi partenopei. Stima ottimistica, pessimistica e più probabile. La vita è una successione di gaussiane, che ci piaccia o no. E dico gaussiane in virtù del teorema del limite centrale, per chi capisce un po' di statistica. A Napoli ce la insegnano per strada. Dopo una pizza milanese (come quelle che fanno a mensa) ma tutto sommato ai vertici della sua categoria (faccio il sofista sofisticato perché sono in treno per Napoli e lì la pizza, come il babà della Laurito, è una cosa seria), siamo andati prima da Grom per un gelato e poi un giro vdloce per le strade della città, tra il Castello Sforzesco e Sant'Ambrogio (dove mi sono accorto con gran sorpresa che vi è seppellito il generale Stilicone, un mio mito di infanzia). Ogni incontro è sempre un nuovo equilibrio che si crea. È sempre un'occasione per fare un confronto e tirare una linea per fare due conti. All'alba della massima diffusione nel mondo della mia vita, all'alba della formazione del mio orbitale dove vivrò con una probabilità del 90%, posso dire che le amicizie web-driven sono il futuro in quanto la rete piccolo-mondo che si viene a creare è congeniale per gestire le nuvole di probabilità attraverso le qauli volerò da qui a breve. E posso dire che ad ogni incontro mi sento un po' più ricco. Proprio non capisco chi si fa tante remore, una volta che si sa chi c'è dall'altro lato del monitor. Il viaggio fino a Napoli è lungo e rischio di scrivere qua tutto quello che mi passa per la testa. Pc sul tavolino, connessione wireless Alice Mobile e Lorenzo in cuffia. Prima c'era Guccini. La musica serve per non ascoltare le cavolate di una tipa che blattera col suo moroso. Discorsi di un vuoto che mi stavano mandando in decompressione il cervello ed ho dovuto mettere i tappi con tanto di musica che mi ricacci dentro la materia grigia. Adesso che arrivo a Napoli continuo la campagna di ritrovamento dei blogger, magari organizzando qualcosa con Mauro. In attesa del weekend toscano, al quale con buonissima probabilità, a men o di impegni di lavoro, calamità o decesso, parteciperò. Anzi spero di sentire presto qualcosa a riguardo. Lo scopo è ritrovare. Questo il leitmotiv. Ritrovare per trovarmi.
L'onda di Hokusai.
Tutti a Milano!Sabato 30 maggio, per chi non lo sapesse ancora, abbiamo organizzato un incontro tra blogger in quel di Milano, vederla così come nessuno mai l'ha mai vista, forse perché distratti, forse perché avevano altro da fare.
In occasione dell'incontro tra blogger smarriti (con tutte le defezioni e i blog abbandonati a sé stessi di questi ultimi mesi)... ecco alcune notizie poco consuete di Milano, a cominciare con le note storiche sulla stazione centrale, sui navigli e su altre cose che vedrete il 30 maggio dalle 10 - 10.30, orario d'arrivo alla stazione centrale. Appuntamento all'ufficio oggetti smarriti, atrio stazione lato piazza IV novembre. Link all'ufficio oggetti smarriti (così saprete dove andare).
Milano non è mai Milano. Mai simile a se stessa, mutevole, metamorfica, camaleontica. Cambia in continuazione. Panta rei. La giornata prevede un percorso tematico attraverso la struttura della città, il suo centro, i suoi simboli, la sua materialità e il segreto della sua anima. La percorreremo in tram, mezzo simbolo della città, in modo da vederne quanto più possibile, con brevi tratti a piedi. Nell'arco della giornata ci sarà ampio spazio per l'attenzione di questa città verso l'arte. In mattinata, vedremo la mostra su Monet al Palazzo Reale, poi passeremo per le guglie del Duomo, Brera al volo (la Pinacoteca proprio non ce la facciamo a vederla), il Castello Sforzesco, lungo via Torino arriveremo ai Navigli e da lì verso Palestro con il PAC (Padiglione di arte contemporanea) dove c'è la mostra (gratuita) Ballo+Ballo di fotografia e design che credo valga la pena di essere vista per l'intimo legame di questa città col design e il suo mondo.
Per il pranzo ci regoliamo al momento secondo le esigenze, siamo in pochi. Si parlava di un kebab, per fare un po' dispetto all'ordinanza comunale di qualche settimana fa. Buon eco-pass a tutti.
Plastico di Milano antica al museo civico di via Magenta (foto: Nando Scafroglia)
Brera
PALAZZO BRERA - Il palazzo, sorto su di un antico convento trecentesco dell'ordine degli Umiliati e successivamente passato ai Gesuiti che vi stabilirono una scuola, conobbe l'assetto attuale a partire dall'inizio del '600 ad opera di Francesco Maria Ricchini, con completamenti successivi di Giuseppe Piermarini. Nel palazzo, dalla forma solida ed austera tipica del tardo barocco lombardo, hanno sede, oltre alla Pinacoteca, diverse istituzioni culturali: la Biblioteca braidense, l'Osservatorio astronomico, l'Orto botanico, l'Istituto lombardo di scienze e lettere, l'Accademia di belle arti. Nell'Ottocento il cortile è stato arricchito dalla statua di bronzo di Napoleone in veste di Marte pacificatore, fusa a Roma su modello di Antonio Canova. Successivamente, logge, cortili, atri e corridoi furono destinati ad ospitare monumenti che celebrassero pubblicamente artisti, benefattori, uomini di cultura e di scienza legati all'istituzione braidense. Tra gli esempi migliori di questo ricchissimo e poco conosciuto arredo sono i monumenti a Cesare Beccarla di Pompeo Marchesi ed a Giuseppe Parini di Gaetano Monti, visibili sullo scalone di accesso alla Pinacoteca.
LA PINACOTECA - Le collezioni della Pinacoteca di Brera nascono dalla concentrazione dei dipinti requisiti a seguito delle soppressioni di chiese e conventi attuate in età teresiana prima e napoleonica poi. Come le Gallerie di Venezia e Bologna, anche la Pinacoteca di Brera aveva precise finalità didattiche e si affiancò all'Accademia di Belle Arti, istituita da Maria Teresa d'Austria nel 1776. Fra le opere vi sono il celebre Sposalizio della Vergine di Raffaello, la Madonna col Bambino di Giovanni Bellini, la Crocifissione di Bramantino, dipinti di Rubens, Joardens, Van Dyck e Rembrandt a rappresentare la scuola fiamminga del XVII secolo. Da chiese milanesi e lombarde sono giunti affreschi staccati di autori quali Bernardino Luini, Gaudenzio Ferrari, Vincenzo Foppa, Bergognone e Bramantino. Vi sono importanti opere di Correggio, Pietro Longhi, Piazzetta, Tiepolo, Canaletto e Fattori, nonché la Cena in Emmaus di Caravaggio e il Pergolato di Silvestro Lega, acquistati grazie all'Associazione Amici di Brera e dei Musei milanesi. A causa dei pesanti bombardamenti che colpirono Milano nel 1943 il palazzo di Brera fu molto danneggiato - i saloni Napoleonici furono completamente distrutti-, ma fu rapidamente ricostruito e la Pinacoteca, con un nuovo allestimento di Pietro Portaluppi riaprì nel 1950. Negli anni Settanta arricchì le collezioni la straordinaria donazione di Emilio e Maria Jesi, che comprende opere dei maggiori artisti del primo '900, fra cui Boccioni, Braque, Carrà, De Pisis, Marino Marini, Modigliani e Morandi, mentre una parte della collezione di Lamberto ed America Vitali fu affidata al museo nel 2001.
Brera (foto: Nando Safroglia) INFORMAZIONI ORARIO Dalle 8.30 alle 19.15 dal martedì alla domenica (la biglietteria chiude 45 minuti prima) Giorni di chiusura: tutti i lunedì, 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre BIGLIETTI Intero: Euro 5,00 Ridotto: Euro 2,50 tratto da Milano da bere
I navigli
Risale infatti alla seconda metà del XII secolo la realizzazione del primo tratto navigabile
Così i cinquanta chilometri del primo canale, (Ticinello), furono inaugurati nel 1179, dando il via alla costruzione del Naviglio grande. Grandi ingegneri misero mano al progetto e ancora oggi si può ammirare l'innovativo sistema di chiuse ideato da Leonardo verso la fine del Quattrocento. Quale sia la magia di questi canali è difficile capirlo, se esiste una calamita per artisti d'ogni razza, questa è proprio l'acqua, né chiara né dolce, del naviglio. Nel 1457 Francesco Sforza affidò a Bertola da Novate la costruzione del Naviglio della Martesana. In soli 35 anni, dal 1439 al 1475, nel territorio milanese furono costruiti ben 90 chilometri di canali resi navigabili dalla presenza di 25 conche. Un primato che nessun'altra città potrà mai avvicinare. Lo sviluppo del sistema, però, non si fermò solo a questo punto, anzi, con l'arrivo di Leonardo nel 1482, fu perfezionato il Martesana e si cominciò ad impostare un nuovo sistema di canali che permettessero la navigazione dalla Valtellina fino a Milano. Era il 1482 quando Leonardo da Vinci, appena giunto a Milano, fu incaricato da Ludovico il Moro di studiare un sistema per permettere la navigazione dal lago di Como fino a Milano. Leonardo, che progettò il sistema di chiuse per ovviare al problema del dislivello dei terreni e per rendere così possibile la navigazione, non perse l'occasione per farne alcuni schizzi, ora conservati al Museo dei Navigli. Una soluzione a questo problema è rintraccia- bile all'interno di alcuni disegni del Codice Atlantico dove si ipotizza un grande sbarramento sul fiume Adda in località Tre Corni, dove uno sbocco in galleria doveva permettere alle barche il passaggio a valle delle rapide del fiume. La diga sarebbe servita anche ad elevare il li- vello del fiume fino ad alimentare un canale che, a seconda del livello dell'acqua, avrebbe avuto funzione solo irrigua o anche navigabile e, partendo da Brivio, sarebbe arrivato fino a Trezzo scorrendo parallelamente all'Adda. Un'altra geniale soluzione per il superamento dei 23,76 metri di dislivello delle rapide di Paderno fu pensata a metà del ' 500 dall'ingegnere e pittore Giuseppe Meda che ideò una nuova conca detta il Castello che secoli più tardi diverrà il Naviglio di Paderno. L'arditezza tecnica della soluzione del Meda era tale che, quando due secoli dopo l'opera fu ripresa sotto il governo austriaco di Maria Teresa, il Ministro per la Lombardia Conte Carlo Firmian approvò una soluzione intermedia di sei conche con salti compresi tra i quattro e i sei metri. Nel 1591 iniziano i lavori che non vengono ultimati, vengono ripresi nel 1773 e completati nel 1777. Nel 1805 Napoleone completò la costruzione del Naviglio pavese realizzando quello che per secoli fu il sogno dei milanesi: il mare si raggiungeva tramite il Naviglio di Pavia e il Po, il lago Maggiore tramite il Naviglio grande e il Ticino, il lago di Como tramite il naviglio della Martesana e l'Adda. Il trasporto dei marmi delle cave di Candoglia (Val d'Ossola), utilizzati per la decorazione del Duomo di Milano avveniva proprio attraverso questo canale. Nella seconda meta' dell'Ottocento il sistema dei trasporti fluviali decadde sia per la lentezza dei viaggi (3 Km. all'ora), sia per la concorrenza delle ferrovie e delle linee tranviarie che soppiantarono la navigazione fluviale interna ed esterna alla citta'. La Martesana rimase attiva per tutto l'Ottocento come via di trasporto sia con un regolare servizio passeggeri, sia con un intenso traffico commerciale. I barconi portavano a Milano grano, frutta, prodotti caseari, bestiame, legname, sabbia e ghiaia ed altri materiali da costruzione. Alla fine dell'Ottocento entro' in crisi la fossa interna perche' antigienica e di ostacolo al traffico Il Naviglio grande, nel tratto tra Milano e Turbigo, è un chiaro esempio delle ricchezze scambiate un tempo: numerosi sono i palazzi signorili, le antiche cascine, i borghi, i ponti in ferro battuto, gli approntamenti da pesca e le chiese d'ogni epoca e stile. Poi vennere le automobili e i navigli entrarono in abbandono; le loro acque furono utilizzate dalle industrie che li inquinarono. La fossa interna venne coperta tra il 1929 e il 1930, durante il periodo fascista. Decaddero lentamente tutti gli altri navigli. Gli ultimi ad andare in crisi furono quelli della Martesana e il Naviglio Grande (6). Lungo il letto del fiume si vedono ormai galleggiare barattoli, cassette, copertoni, materassi, depositi di plastica e di fango ed altri rifiuti solidi urbani che emanano cattivo odore. Dal 1977 lo Stato ha consegnato alla Regione la gestione e la salvaguardia del Naviglio della Martesana e nel 1980 e' stato avanzato un primo progetto urbanistico (puramente cartaceo) per riscoprire, recuperare e valorizzare il Naviglio della Martesana. La prima fonte di sporcizia che inquina il Naviglio proviene dalle Trobbie, che sono tre torrenti che scendono dalla Brianza verso Melzo e, a Villa Fornaci, passano sotto il Martesana. Quando piove e i torrenti sono in piena gonfiandosi paurosamente, occorre evitare possibili allagamenti. Il Genio Civile, a fronte di tale pericolo, ha escogitato un meccanismo idraulico che consente di immettere le acque dei torrenti in piena nella Martesana e con l'acqua viene immessa una grande quantita' di fango e di rifiuti inquinanti. Oggi è impossibile ripristinare la navigazione fluviale d'un tempo, ma esiste “il progettoparco della Martesana” che costituisce un'intelligente risposta per restituire all'uomo della metropoli lombarda il fascino e lo splendore di questo caratteristico Naviglio.
tratto da Navigli.net
Il naviglio pavese di notte (foto: Nando Scafroglia)
La stazione centrale
Fino al 1850 la città di Milano era servita da due stazioni ferroviarie non collegate tra loro: Milano Porta Nuova e Milano Porta Tosa, poste al termine di due linee distinte, una diretta a Monza e l’altra a Venezia, e situate fuori della città. Tra il 1885 e il 1891 la linea ferroviaria milanese venne dotata di una circonvallazione per collegare le linee confluenti a Porta Sempione, Rogoredo, Porta Romana e Porta Garibaldi. Ma il traffico ferrato della città di Milano risultò presto inadeguato all’aumento del pubblico viaggiante.
Il 15 gennaio 1906 venne indetto il concorso per la costruzione della nuova stazione, al quale parteciparono i principali architetti cittadini presentando progetti in linea con le tendenze del classicismo e dell’eclettismo allora più diffuse, proponendo ampie cupole e monumentali decorazioni. Venne selezionato il progetto dall’architetto Cantoni, ma non fu realizzato; sei anni dopo l’amministrazione pubblica organizzò una nuova gara e vinse il progetto dell’architetto Ulisse Stacchini. L’immagine monumentale era sostenuta da una forte ornamentazione fatta di corone, festoni e motivi geometrici astratti. Dal progetto del 1912 alla variante del 1915, furono eliminate torri, statue, orologi, festoni e quadrighe, secondo i criteri di austerità che caratterizzavano l’Italia di Giolitti. L’approvazione definitiva del progetto di Stacchini avvenne nel 1924. Al mutato clima politico dell’epoca corrisposero nuove esigenze architettoniche e una riorganizzazione delle scelte decorative. Tra le varianti va ricordata la sostituzione delle pensiline sui binari previste nel progetto originario e l’introduzione delle grandi tettoie in ferro realizzate secondo il progetto dell’ingegnere Alberto Fava. La luce libera dell’arcata principale raggiunge i 72 metri ed è la più grande realizzata in Italia, le tettoie raggiungono una lunghezza di 341 metri, coprendo un'area di 66.500 mq. Nel maggio del 1931 la Stazione viene finalmente inaugurata. Dopo un decennio cominciano ad evidenziarsi difficoltà nel raggiungimento delle biglietterie da parte dei mezzi carrabili e dei binari da parte degli utenti. Nel 1942 l’architetto Mario Palanti ipotizza una soluzione mediante l’inserimento di rampe pedonali e carrabili che dalla piazza Andrea Doria raggiungono direttamente la galleria di testa. Nel 1952 viene indetto un altro concorso per la risoluzione degli accessi alla Stazione Centrale di Milano destinato a non fornire alcun esito. In questa occasione, nel 1955, le FS avviano autonomamente un progetto per la realizzazione delle scale mobili che collegano il salone delle biglietterie con la galleria di testa. A questo scopo viene introdotta una nuova bucatura, stilisticamente identica alle originarie, nell’atrio della biglietteria centrale, interrompendo il fronte continuo delle biglietterie e menomando il rapporto altezza-larghezza degli scaloni laterali. In epoca recente la stazione subisce ulteriori modifiche. Tra gli interventi si ricorda la creazione di nuove scale mobili laterali, di uno spazio di attesa soprelevato posto a cavallo tra la galleria centrale e il marciapiede di testa, attrezzato con elementi di arredo; infine, la costruzione di box di servizio e di carattere commerciale, installati in occasione dei mondiali del 1990 nella galleria di testa, che hanno compromesso la leggibilità e l’assetto degli ambienti storici.
tratto da Grandi Stazioni FS La stazione centrale di Milano (foto: Nando Scafroglia)
Il resto ve lo racconto dal vivo... ce ne sono di cose da dire...
Milano non è poi così MilanoSabato 30 maggio p.v. un gruppo di impavidi si incontreranno nella stupenda Milano per l'interessante mostra di Monet al Palazzo Reale e per un giro turistico per la città. Organizzazione Scafroglia. Quindi non vi aspettate alcuna organizzazione, eh eh eh. Mica sono a livelli genovesi.. Io traccio l'itinerario, già testato da Alessia, Manù, la Sò, Mauro e tanti altri. Si può dire che il mio giro sarà all'insegna della Milano che tutto sommato poi non è poi così Milano come tutti dicono. È una città che ha il suo fascino, quella della città in carriera, battagliera e organizzata, che ha un occhio all'orologio e l'altro alla gente che le sfreccia intorno (tipo in via Torino all'ora di punta), ma che nel suo intimo ha le sue bellezze di una volta, come la crema di Grom. Di sicuro uno non può salire sul Duomo e aspettarsi di vedere il mare, novello Celentano, ma deve capire la logica mutaforme della città. Milano è mutevole e mai simile a se stessa, come dice Aldo Nove in un suo splendido libro ("Milano non è Milano"). Ovviamente tutti invitati a Milano il 30 maggio. E' gradito un cenno di adesione. Appuntamento: ore 10-10.30 alla stazione centrale di Milano davanti all'ufficio oggetti smarriti. Milano è come la punta di un iceberg. Sotto, immensa, c'è la sua storia. Ogni tanto un'onda ne scopre un frammento, prima che le acque, nell'opera di corrosione inarrestabile che questa città si è proposta per esistere sempre presente a se stessa, nel presente, lo riportino sotto. Millenni underground. Per conoscerla, bisogna avere la pazienza di ascoltarla. Con lo stetoscopio. Come pulsa dentro. Bisogna saperla sentire. Suo malgrado. Dove rivela la sua memoria. Diceva Nietzsche che la vitalità non trae giovamento dalla storia. Chi vive, se vuole andare avanti, deve dimenticare. Il suo passato. E Milano si dimentica, si trasforma. Per sopravvivere a se stessa. Marketing e venditeOggi avrei voglia di essere in un treno diretto verso il mare. Immagino di essere già su una tratta litoranea, tipo verso le Cinque Terre, col treno che sfreccia verso l'agognata meta. Invece è lunedì, sono a Milano ed una settimana di fuoco degna di quella del 6 giugno 1944 è alle porte. L'unica idea positiva della giornata è il cedolino di maggio, quello mette di buon umore a tutti e motiva, ma per il resto so bene che si tratterà di una settimana infernale. Tanti impegni che si accumulano come neve in montagna o come sabbia nel deserto. Dopo essermi preso un po' di tempo su tutti i fronti, oggi devo cominciare a dare risposte tipo cannone di Vallo Atlantico. Ieri ho rivisto per la dodicesima volta lo stesso documentario sullo sbarco in Normandia. In effetti mi ci vorrebbe la genialità di Eisenhower o di Rommel per dare gli attesi risultati sui vari fronti. Da buon napoletano dovrò fare il possibile e non. Come dice un mio caro amico: lo scopo non è vendere le pentole, ma i cartoni che le contengono. Frase di infinita saggezza che vuole dire che spesso è più importante come le cose vengono presentate piuttosto che smazzarsi inutilmente sui contenuti quando sai di non potere fare la differenza con essi. Alla fine dobbiamo essere tutti dei bravi venditori nella vita, di noi stessi. Cionononstante non si pensi che io sia pessimista, perché so che alla fine la soluzione la trovo sempre, bene o male; ho trovato un nuovo modo per vendere: fare outsourcing, terzializzare... Sono appena agli inizi, ma credo sia la via vincente... Con un cospicuo markup, ovviamente.
Xiao Xiao
La fonte della socievolezzaROMA - Orsi e asociali, oppure calorosi socievoli, incapaci di rinunciare alla vita in compagnia, potrebbe dipendere da due aree del nostro cervello, una superficiale vicino agli occhi (la corteccia orbitofrontale) una posta in profondità (lo striato ventrale) e legata a piaceri fisici come quello per il sesso o per il cibo.
La scoperta, che si deve a Graham Murray della Cambridge University experts report in the European Journal of Neuroscience: i neurologi hanno osservato che le persone socievoli hanno queste due aree del cervello più sviluppate ma, sottolineano, è difficile stabilire un rapporto di causa-effetto, potrebbe essere che proprio lo stare in mezzo agli altri le induca a svilupparsi di più. Gli esperti hanno osservato il cervello di 41 maschi sani con la risonanza magnetica nucleare, dopo che avevano 'misurato' il loro grado di socievolezza con questionari ad hoc. E' emerso che gli individui più socievoli hanno corteccia orbitofrontale e striato ventrale molto più sivluppati di quelli risultati meno calorosi e meno amanti della compagnia. "La socievolezza e il calore emotivo sono tratti molto complessi della nostra personalità - spiega Murray - questo studio ci aiuta a capire a livello biologico perché ciascuna persona esprime con gradazioni differenti questi tratti caratteriali, ma non è una prova sufficiente per dire che siano certe strutture cerebrali a determinare la nostra personalità. Potrebbe anche essere, al contrario, che la nostra personalità, attraverso l'esperienza, aiuti in parte a modellare il nostro cervello". fonte ANSA
Questo sole africano...A chi chiede qualche notizia certa sulla mia dipartita per l'Africa non so cosa rispondere bene. Sono stato allertato, ho accettato e sono in attesa. Non ho ancora firmato nulla e quindi potrebbe essere tutto un fuoco di paglia. La partenza dipende da chissà chi e chissà dove. In primis, credo da qualche capo della consociata algerina, in secundis da qualche capo a qualche livello, non so bene quale, della sede qua a Milano. Io so solo che ho accettato e sono in attesa che accettino me, come candidatura al posto. Ho mandato un mio CV da competizione, in inglese, uno dei migliori mai scritti sinora. Un capolavoro della letteratura di nicchia dei curricula. Credo che bisognerebbe inventare un premio, un award, per premiare i migliori scrittori di curricula. La destinazione è (dovrebbe essere) in pieno deserto algerino. L'aria salubre del Sahara. Starò un periodo lì, di quattro settimane, e altrettante settimane di riposo in Italia, a casa. Altro problema quello... cosa è ciò che io definisco "casa". Sono abituato ad avere la mia indipendenza e tornare tra le mura patrie anche solo per un mese sì e un no, in quel di Quarto dopo tre anni di Milano, con i servizi di Milano... credo proprio che sarà dura. Infatti, più del deserto, più del lavoro, mi preoccupa questa situazione. Certo è, che non ha senso mantenere la stanza a Milano, con quel che costa al metro quadro per pochi giorni ogni due mesi, perché sarei comunque dalla famiglia a Napoli. Il fatto è che ho bisogno di spazio mio, tutto mio, e di un posto sufficientemente civilizzato come può essere la città e non la provincia con tutti i suoi problemi di spostamento. Per il resto, nel deserto avrò la mia stanzetta in un container e fuori tutto lo spazio che mi serve. Immagino già il sole africano a picco, dovrò ascoltare chi mi consiglia di portare la crema protettiva e il cappellino. Peccato che devo prendere almeno due voli per arrivare sul posto e non so quanti e quali liquidi potrò portare con me. Avevo anche pensato di portare con me le fedeli buste della Knorr, nel caso la mensa fosse stata poco affidabile, ma un collega che ci lavora già mi ha detto che la situazione è buona, si mangia bene nel Sahara. Se non ho sorprese repentine, sono confermate sia la data del 30 a Milano (il 31 torno a Napoli per una settimana, fino alle elezioni, per poi partire per Edimburgo) che il weekend in Toscana da Marco, in giro per l'arcipelago. Sempre che non arrivi la chiamata alle armi per il deserto dei Tartari. ![]() Ingénieur du pétroleLa notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno, giusto per usare parole mai usate prima. Vedrò da vicino il mondo descritto nei romanzi di Mohammed Dib, almeno così sembra. Vedrò il deserto, vivrò nel deserto. Comincia la grande avventura.
Attendevo la chiamata alle armi da tempo e l'attendevo tra un anno, più o meno. Colloqui col personale, col capo e con il coordinatore, tutto lasciava pensare ad una graduale preparazione verso il contratto estero. Invece, come spesso accade, le esigenze della società prevalicano quelle della persona che vorrebbe sentirsi pronta. Ma forse è solo una questione di scendere dal nido, aprire le ali e lanciarsi nel vuoto: tutto verrà da sé.
Il tempo di un corso di francese e qualche rifinitura e sarò spedito in Algeria, lì comincia il mio futuro da petroleum engineer; ingénieur du pétrole che suona meglio in francese. Sempre che tutto vada in porto e non mi ritrovi anche io in Iran come il mio collega d'ufficio. Non che mi dispiaccia l'idea.
![]() E' dai tempi delle avventure di zio Paperone su Topolino che sogno avventure così (photo credits qua)
Le mura del giardinoLa manifestazione degli immigrati contro la Camorra in Provincia di Caserta
di Roberto Saviano Chi racconta che l’arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti. Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: “Ora basta” ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent’anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un’estorsione ma appena persa la scorta l’hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze. Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L’obiettivo era attirare attenzione e dire: “Non osate mai più”. Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le ’ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese. La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l’inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell’edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio. L’egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri – anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi – si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall’aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della ’ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti. Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: “Non ci piegheremo”, riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno. E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L’agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro. Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. “Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia” di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall’elementare desiderio di vivere. L’omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l’inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l’Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all’estero. Oggi, come le indagini dell’FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell’est in loro colonie d’investimento e come dimostra l’ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D’Avorio, dall’Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici). E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall’Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai. Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell’eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l’alleanza delle mafie italiane. Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l’alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l’assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle “anime belle”, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi – insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo – è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d’Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L’Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.
Il pezzo di Saviano è tratto dalla sua pagina personale su Facebook (pagina pubblica).
Il documentario su via Anelli di Padova l'ho visto al Festival internazionale del cinema africano, dell'Asia e dell'America Latina che si è tenuto qualche tempo fa qua a Milano dove ha avuto luogo anche un dibattito col regista presente in sala. Se vi capita in qualche rassegna di adocchiarlo, vedetelo, è molto istruttivo per capire il problema dell'immigrazione e della convivenza...
Migranti
Tutti vogliono vivere nel proprio giardino circondati da muri altissimi per godere meglio dei frutti. È difficile pensare all’umanità e alla fratellanza dei popoli quando ci si mette a mangiare i frutti del proprio giardino. Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura
Comm'è amar chistu'ppane! (photo credits, frase di Orhan Pamuk tratta da qua)
Atteso questa mattina alla Fiera del Libro di Torino lo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, sarà nuovamente processato con l’accusa di «vilipendio dell'identità nazionale turca» per una dichiarazione circa i massacri di armeni avvenuti ai tempi dell'Impero ottomano. Il quotidiano Hurriyet ne ha dato notizia, citando la sentenza emessa ieri dalla Cassazione turca che, per la seconda volta in poco più di un anno, ha rigettato il precedente giudizio di un tribunale di Istanbul che aveva respinto le accuse rivolte a Pamuk e chiuso il processo intentato nei suoi confronti. (credits: articolo tratto da qui)
Una rosa in un angolo di mondo
Zio Napoleone
Per non morire di televisioneHo trovato scritto su un foglio in metro, tra Gessate e Abbiategrasso, un manoscritto e un commento scarabocchiato con la matita che riassumo... non ho voluto fare orecchi da mercante come dissero di fare a Fra Cristoforo... non starebbe bene.
"I panni sporchi si lavano in famiglia, specie su cose privatissime. Questa riflessione, venuta così, spontaneamente, mi fa tornare la voglia di riaccendere la tv dopo mesi e mesi di spegnimento dell'apparecchio. E' stata un'iniziativa per arginare il problema dei rifiuti, per dissentire dalla tv spazzatura e dalle forme occulte di controllo, sintomo di una società spazzatura. In realtà, non è che ne abbia sentito molto il bisogno del tubo catodico (non ho una lcd)... mi tengo impegnato in altro modo, diciamo così. Un'intera categoria professionale ridotta a lacchè di corte, eccezionale. Ci riempiono di gossip sulle coppie della terra, Sarkozy e la Bruni mi hanno fatto buttare il telecomando dietro l'armadio pur di non sentirne ancora parlare e ora? Privatissimo. Non che me ne freghi, ma urta la contraddizione costante della società e di chi la rappresenta.
Ah, caro Hans Magnus Enzensberger quanto hai ragione nel tuo libro (ndN. - citato anche in Caro diario di Moretti)... Credo che accendere la tv sia uno spettacolo sullo stile dei pupi siciliani, senza offesa per i pupi che hanno alle spalle una tradizione nobile e regale che viene dritta dai tempi di Carlo Magno. Una specie di varietà del Bagaglino, una satira di maniera, di corte, che diventa la realtà. Ci sono i ruoli, le maschere e una massa grigia acritica che assume tutto quello che succede e batte le mani al suono dell'olifante. Questa è la maggioranza, almeno, delle persone, dati alla mano (posso anche citare un sondaggio da me medesimo accreditato, tanto li danno in tanti i numeri). Posso anche donarlo ai poveri (di spirito) il televisore."
Mi affascinava la fantasia di quanto riportato in questo manoscritto, scritto chissà da chi, in una corsa della metro tra Gessate e Abbiategrasso. Si scrivono e si dicono tante cose oggi come oggi. Non si sa più a chi credere. Come no.
"La tragedia del libro in Italia si può riassumere in questa malinconica antitesi:
Quelli che hanno molti denari comprano pochi libri.
Quelli che comprerebbero volentieri moltissimi libri non hanno denari per comprarli." Hans Magnus Enzensberger
Il libro dei mutamentiDevo ringraziare Valentina per avermi fatto conoscere il libro dei mutamenti. In realtà, l'avevo visto da tempo nelle mie consuete campagne di acquisizione nelle varie librerie d'Italia e ne avevo discusso a suo tempo anche con mademoiselle Manù. Con Valentina c'è stata la fase dell'esperienza, del provare. Tre monetine per due esagrammi. Premetto che ho sempre avuto la mentalità estremamente razionale e scientifica ma tutto sommato è simpatico vedere il caso o il caos cosa tirano fuori dal sacco ogni tanto. Su due sole prove sperimentali ci sono stati due verdetti inquietantemente aderenti alla realtà dei fatti. Certo l'interpretazione gioca sempre brutti scherzi, ma è buffo vedere come un monito del caso possa piombare così e inquietare. Del resto i verdetti dell'oracolo si contraddicono sovente e c'è il rischio che accada un po' come negli oroscopi dove uno trova sempre qualcosa di buono dentro. In un'epoca come la nostra in cui si manifesta la pesante dualità tra l'estremo disilluso razionalismo e il ritorno del metafisico spinto dalla necessità di chiudere gli occhi di fronte alla realtà, per noia o per paura, per ignoranza volontaria o indotta dall'ambiente, tutto sommato un piccolo strappo irrazionale è lecito prenderselo. L'uomo ha sempre avuto bisogno dell'irrazionale come altra faccia della medaglia della realtà. Un archetipo, insomma, del quale non possiamo fare a meno. In un momento così incerto, da belle époque, si ricorre al libro dei mutamenti per avere l'illusione del controllo della realtà. Illudiamoci pure. Il buon Galileo faceva anche lui i suoi oroscopi. E lui era Galileo.
Calco di gesso ritrovato a Pompei sepolto dai lapilli e dalle ceneri del Vesuvio dell'eruzione del 79 d.C.
(foto: Nando Scafroglia, 2009)
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