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    La generazione del labirinto


    Milano è il cuore economico del nostro Paese e nel sangue che vi scorre, alcuni di noi sono un po' come sostanze nutritive impegnate da questo organismo. Come in ogni organismo ci sono anche gli agenti patogeni, quelli sono veramente ovunque, ma in questo intervento non si terrà conto di loro.
    Sì, perché in questo intervento si parlerà di persone che errano, emigrano, vanno altrove per coprire lacune che divorano la propria terra; questo intervento parlerà di precari, di giovani lavoratori, di storie di tante persone ai nostri giorni.

    Françoise Sand è una psicoterapeuta. Si occupa di consulenza coniugale e familiare. Ha pubblicato diversi libri in Francia su temi come il matrimonio, coppia, famiglia, educazione sessuale, adolescenza.
    Françoise Sand si è occupata dei trentenni di oggi in un libro, prestatomi da Delfina, una mia saggia collega di lavoro. Il libro si intitola "I trentenni" ed è edito da Feltrinelli.

    La realtà lavorativa dei nostri giorni è sotto lo sguardo di tutti, la si vive sulla pelle per tanti di noi, la si legge sui giornali e la si guarda persino in televisione. E si aspetta. Si aspetta che qualcuno prenda una decisione per mettere mano a tante spinose questioni che assillano la vita del precario. Si aspetta che qualcuno capisca che un Paese fatto di precari non fa bene a nessuno, soprattutto, oltre che agli interessati, alla società. Persino al futuro delle aziende che assumono precari per poi disfarsene. Sì, perché è un sistema che non premia la qualità, non premia il merito, è solo sfruttamento per affrontare i problemi di contingenza delle aziende. Non si crea nessun circolo virtuoso che crei sviluppo dalla qualità, semplicemente, giorno dopo giorno, si sopravvive.

    Qualche secolo fa facevano qualcosa di orrendamente simile l'industria dello zucchero e del cotone che importavano schiavi dall'Africa per impiegarli nei campi delle Americhe. Fu l'impulso per la rivoluzione industriale vera e propria. Oggi si è ripulito tutto, si sono messe delle belle etichette che citano l'apprendimento del lavoro, la formazione, la creazione di competenze. In realtà tutto serve a tenere sotto controllo quel mondo del lavoro che tanto è stato protetto fino ai nostri padri. Qualcuno in nome dello "sviluppo" si è svenduto il nostro futuro.

    Si va in piazza a celebrare la famiglia. Beato chi può farsela una famiglia. Ci sono sempre più casi di coppie che sopravvivono in questo mondo grazie agli "aiuti umanitari" delle famiglie alle spalle.
    Prendere casa a Milano (e provincia) e fare un mutuo impegna le risorse di una persona da qua a trenta-quarantanni, se ha un contratto umano. Quale istituto di credito concede mutui a chi tra meno di un anno non sa che fine farà? Populismo, qualche politico direbbe. Ma che percezione ha lui del problema? Lui che è nella casta oligarchica degli eletti.

    Ora cominciano a dire: "Il precariato ammazza una generazione"... Sì, ma solo ora si comincia a porsi il dubbio. Quando si farà qualcosa di serio e, soprattutto, si riusciranno mai a vincere i forti interessi di chi sul precariato fa funzionare le proprie aziende, quando il parlamento è pieno di chi tutela questi interessi?
    A questa situazione dura e cruda che la realtà ci sbatte davanti agli occhi, si aggiunge un qualcosa che accomuna i nati dal 1968 al 1978: una certa difficoltà a prendere in mano la propria vita.

    Un senso che può essere interpretato come di irresponsabilità, nel non sapere o non volere prendere in mano la propria vita e decollare, un senso di rifiuto verso le responsabilità, una forte propensione all'individualismo e nel rifiuto del controllo da parte dei superiori. Questo viene fuori dallo studio fatto dalla Sand, tramite colloqui con giovani di questa età e dalla sua esperienza professionale.

    Ciò che per le generazioni precedenti è stato innato, come se fosse scritto nei propri geni, come lasciare la casa dei genitori, entrare nella vita professionale, sposarsi avere bambini, affrontare la vita adulta, ora risulta essere tutto più diluito nel tempo, complice anche il senso di precarietà che domina diverse esistenze.

    Il tempo si diluisce, ma la Sand ammonisce che il tempo concesso a tutti non è infinito. Questo senso di dilatazione del tempo lo sento anche su di me, aleggiare. Sento un senso del tempo alterato, anche perché sono state tante le rinunce che ho dovuto fare in passato ed ora è un po' il tempo di riscattarmi, di prendermi ciò che non ho potuto avere per tanti motivi. E appunto rivendico il mio diritto alla leggerezza, alla ricerca della felicità, benessere, salute, giovinezza.

    La generazione del labirinto. Così ci si può definire. Un labirinto con un dedalo di incroci senza un Icaro almeno ad un primo sguardo.
    Mi viene in mente Fight Club come sovente accade parlando di questi temi. Spero di incontrare l'altro me stesso e farci pure a pugni, se è proprio necessario, ma spero che una strada si tracci e copra i campi incolti all'orizzonte. Una strada, magari, pure scolpita dal vento e fatta in un turbine, con granelli di sabbia, portati chissà da dove e che chissà dove possono andare a finire al prossimo colpo di vento. E' forse la tempesta del ritrovarsi adulto, dopo le tempeste del passato prossimo che mi hanno spinto lontano dalla mia isoletta. E' forse un po' come La linea d'ombra di Conrad, dove ad un giovane comandante viene dato un incarico importante su una nuova rotta che sta poi a lui decidere, in modo da evitare secche, scogli assassini e le insidie del mare. Oppure, come Odìsseo, è forse la tempesta che mi ha portato presso il pacifico popolo dei Feaci a riflettere e a raccontare qualche mio dubbio sul futuro.

    La lettura di questo libro mi sta dando delle tracce di lettura della mia stessa vita. Mi sta dando spunti di riflessione e persino delle risposte e dei punti da fissare. Non è certo la rotta sulla quale navigare in futuro, ma mi aiuta a capire la mia attuale posizione e come diavolo ci sono arrivato. Nel frattempo, cerco di immaginare il futuro e i modi per viverlo nel migliore dei modi possibili. Un po' alla Leibniz affermerò che il mio è il migliore dei mondi possibili alla fine. Giusto per darsi una giustificazione di tutto e di una eventuale mancata evoluzione.

    Cari Feaci, sarà forse questo il tempo di cagliare questo futuro così diluito e renderlo consistente. Spero ne venga fuori un buon formaggio e che non puzzi di piedi. Una cosa è certa però, il mare è salato ed è nemico della civiltà perché non può crescervi niente se non quello che già nel mare vi risiede, non è possibile piantare nulla. Bisogna trovare una terra perché la civiltà fiorisca.




    Quello della Lola (Lat. 45°30'26'' N, Long. 09°11'33'' E)

    GPS SULLE MUCCHE PER GARANTIRNE LA QUALITA'
    MILANO - Controllare gli spostamenti delle mucche da latte attraverso il Gps: il progetto è allo studio del dipartimento di bioingegneria della Facoltà di Veterinaria della Statale di Milano. Ne dà notizia un comunicato di Coldiretti. "L'applicazione del gps a ogni animale - ha spiegato Ernesto Beretta, direttore del Consorzio qualità della carne bovina - sarebbe particolarmente utile in montagna per la verifica dei pascoli e di quello che gli animali mangiano: il foraggio è uno degli elementi fondamentali per la garanzia di qualità delle produzioni, in particolare quelle tipiche".



    A novembre partiranno i primi test su una decina di capi in Lombardia: il gps verrà abbinato anche al microchip a lettura radio Rfid, una tecnologia che la Coldiretti di Milano e Lodi sta sviluppando da cinque anni sulla base di un progetto in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano. Secondo il direttore di Coldiretti provinciale, Roberto Maddé, "l'obiettivo è di facilitare il lavoro agli allevatori e di aumentare la sicurezza e la tracciabilità del prodotto per i consumatori".
    (ANSA)
    Ps. Latitudine e longitudine del titolo sono inventate, dovrebbero corrispondere più o meno ad una zona a nord di Milano, quindi le mucche si potrebbero trovare tranquillamente in un cimitero a pascolare, in una discarica, in pieno centro urbano o a cacciare pesce come fanno gli orsi del Kyspios con le bottiglie di acqua minerale.

    In quanto borbonico... In quanto ingegnere... In quanto Scafroglia.


    Care amiche, cari amici, cari avventori,

    oggi, 30 maggio, risulta essere San Ferdinando III Re di Leon e di Castiglia (1198 - 30 maggio 1252).

    Figlio di Alfonso IX re di León e Berenguela di Castiglia, fu governatore modello dai solidi principi cristiani. Nel1217, all'età di 18 anni, ereditò la Castiglia, la terra di sua madre e nel 1230 il León, quella di suo padre. In questo modo unificò i due regni. Re prudente, si circondò sempre di persone fidate, con cui si consultava per le questioni più problematiche e urgenti. Di Ferdinando erano note anche la profonda devozione alla Madonna e la grande umiltà. Si sposò in prime nozze con Beatrice di Svezia (1219) e poi con Maria de Ponthieu (1235). Dalle due unioni nacquero complessivamente tredici figli. Ma la storia ricorda Ferdinando anche per le guerre contro i saraceni che gli permisero di riconquistare i regni di Cordova, Siviglia, Jaén e Murcia. Nel 1221 il sovrano fondò la cattedrale di Burgos, si deve a lui anche l'ampliamento dell'università di Salamanca. Morì il 30 maggio 1252 e fu sepolto nella cattedrale di Santa Maria a Siviglia. È stato canonizzato da Papa Clemente X il 4 febbraio 1671. (Avvenire)

    Patronato: Ingegneri


    Etimologia: Ferdinando =  guerriero audace (dal tedesco)


    E' presente nel Martirologio Romano. A Siviglia in Spagna, san Ferdinando III, che, re di Castiglia e León, fu saggio amministratore del suo regno, cultore di arti e scienze e solerte nella diffusione della fede.
     


    San Ferdinando nacque nel 1198 da Alfonso IX, re di León, e da Berenguela di Castiglia. Con lui si unirono definitivamente i due regni della penisola iberica, senza guerre e spargimenti di sangue come spesso capita in simili circostanze. Tale unione fu infatti dettata dal matrimonio fra i suoi genitori: la morte prematura di Enrico I di Castiglia nel 1217 aveva inaspettatamente portato la corona castigliana alla sorella Berenguela, la quale, con grande prudenza e sagacia, volle cederla spontaneamente al giovane figlio Ferdinando, nel corso di una grande assemblea tenutasi a Valladolid. Fu così che nel luglio 1217 egli venne finalmente riconosciuto quale sovrano dai nobili castigliani. Nel 1230 prese anche possesso del regno di León, superati non pochi ostacoli derivanti dalle disposizioni testamentarie del padre, che poco prima della morte, aveva designato eredi universali le figlie Sancia e Dolce.
    L’unione definitiva fra i due regni di Castiglia e di León costituì uno dei meriti più gloriosi della vita di Ferdinando: preparata accuratamente dalla madre, favorita dalla gerarchia ecclesiastica ed appoggiata dai papi Innocenzo III ed Onorio III, tale unione annullò definitivamente una delle più frequenti cause di attrito tra i regni spagnoli e si rivelò vincente nella lotta contro il comune nemico, cioè l’Islam a quel tempo penetrato nel continente europeo.
    Ferdinando convolò a nozze prima con Beatrice di Svevia (nota anche come Beata Beatrice de Suabia) nel 1219 e poi, rimasto vedovo, con Maria de Ponthieu nel 1235: da queste felici unioni nacquero ben tredici figli. Questa politica matrimoniale instaurò strette relazioni con la casata imperiale di Germania e con quella reale di Francia, tanto che il primo matrimonio diede al figlio, Alfonso X il Saggio, fondamento giuridico per aspirare addirittura al trono germanico.
    L’aspetto più rilevante del regno di Ferdinando III è però costituito dalla cosiddetta “Riconquista”: armato cavaliere a Burgos nel 1219 e riappacificati all’interno i suoi regni, consacrò per trenta lunghi anni tutta la sua attività bellica alla lotta contro gli invasori musulmani, assumendo quale suo scopo non soltanto la completa liberazione della Spagna, ma anche il riuscire a schiacciare il potere nemico, aspirazione suprema tanto delle crociate quanto del pontificato. La riconquista di città e fortezze importanti quali Baeza, Jaén, Martos, Córdoba e Siviglia meritarono al sovrano l’appellativo di “Conquistatore dell’Andalusia”. Di pari passo si procedeva anche alla restaurazione religiosa e grazie alle generose donazioni elargite da re Ferdinando vennero restaurate le diocesi di Baeza-Jaén, Córdoba, Siviglia, Cartagena e Badajoz.
    L’impegno di questo santo sovrano nella lotta contro l’Islam fu riconosciuto e premiato dalla Chiesa di Roma con il riconoscimento del diritto di patronato, benché limitato ad alcuni benefici, delle sedi restaurate. Ebbe inoltre facoltà di spendere per la “Riconquista” il ricavato della vigesima, raccolto dai collettori pontifici in Spagna per la crociata orientale, ed al medesimo scopo gli venne concesso il tributo delle “terze reali”, consistenti in una terza parte dei beni ecclesiastici destinata all’edificazione delle chiese. Tutto ciò, insieme alla frequente concessione di indulgenze mediante l’equiparazione dei crociati spagnoli a quelli orientali, permise a San Ferdinando di ingrandire il regno di Castiglia, ormai definitivamente egemone sugli altri stati della penisola iberica, e di rivelarsi un governante modello, dai sani principi cristiani, sagace ed abile nelle trattative.
    Il regno di Murcia si arrese mediante un trattato firmato da suo figlio, pattuì una tregua con il re moro di Granada, organizzò la marina castigliana riuscendo così ad avanzare trionfalmente lungo il Guadalquivir. Intransigente con gli eretici, per contro fu però sempre generoso e magnanimo verso i vinti, tollerante nei confronti dei giudei ed ubbidiente alle indicazioni ricevute dalla Chiesa. L'iscrizione sul suo sepolcro in quattro lingue, ebraico, arabo, latino e castigliano, è la prova tangibile di come il sovrano seppe accattivarsi pienamente l’unanime rispetto.
    Re prudente, fu sempre affiancato da un consiglio di dodici persone circa gli affari gravi ed importanti del suo regno. Al fine di governare in pace e giustizia i suoi sudditi, intraprese la redazione di un codice di leggi, ultimato poi da suo figlio. Incrementò le scienze e le arti, avviando l’università di Salamanca, proteggendo quella di Valencia e lo Studio Generale di Valladolid. Contribuì economicamente all’edificazione delle nuove cattedrali di Leon, Burgos e Toledo, e riportò a Compostella le campane che Almansur aveva rubato. Accolse in Spagna i Francescani, i Domenicani ed i Trinitari, ordini allora nascenti.
    Oltre che quale re magnanimo ed invincibile capitano, Ferdinando si rivelò esemplare anche semplicemente quale uomo. Seppur in mezzo alle glorie del mondo riuscì a coltivare un’intensa religiosità ed una particolare devozione alla Madonna, nonché dimostrarsi sempre grato al Signore delle sue vittorie ed umile sino al punto di chiedere la pubblica penitenza. Con edificante umiltà domandò perdono mentre gli venne amministrato il Viatico, che volle ricevere in ginocchio nonostante la grave infermità. Considerò il suo regno quale dono divino e perciò lo offerse al Signore unitamente alla sua anima il 30 maggio 1252, pronunziando prima di spirare queste parole: “Signore, nudo uscii dal ventre di mia madre, che era la terra, e nudo mi offro ad essa; o Signore, ricevi la mia anima nello stuolo dei tuoi servi”.
    San Ferdinando III, re di Lèon e Castiglia, sino ad oggi è stato l’unico sovrano spagnolo ad essere ritenuto dalla Chiesa meritevole della gloria degli altari e tutti i cronisti, persino l’arabo Himyari, concordano nel riconoscergli purezza nei costumi, prudenza, eroismo, generosità, mansuetudine ed un innato spirito di servizio nei confronti del suo popolo. Furono proprio cotante virtù, unite al saggio governo dei suoi regni, a santificare la sua vita raggiungendo una tale perfezione morale da costituire un vero modello di sovrano e governante cristiano.
    Il suo culto, inizialmente limitato alla città di Siviglia, fu poi esteso alla Chiesa universale: nel 1629 ebbe inizio il processo di canonizzazione, volto a dimostrare il suo culto immemorabile, la veridicità di molti miracoli e l’incorruzione del suo corpo, finché il 4 febbraio 1671 fu finalmente canonizzato da Papa Clemente X. L’arma dei genieri dell’esercito lo elesse suo patrono, ma anche i carcerati, i poveri e i governanti lo invocano loro speciale protettore. L’iconografia lo raffigura sempre giovane, senza barba, con i classici attributi reali quali corona, scettro e sfera, a volte anche con una statuetta della Madonna che portava con sé nelle sue campagne militari o con una chiave in mano in ricordo di quella consegnatagli dal re moro dopo la conquista di Siviglia.


    (da  www.santiebeati.it )

    Welcome to the Machine

     

    Welcome my son, welcome to the machine.
    Where have you been?
    It's alright we know where you've been.
    You've been in the pipeline, filling in time,
    Provided with toys and 'Scouting for Boys'.
    You brought a guitar to punish your ma,
    And you didn't like school, and you
    know you're nobody's fool,
    So welcome to the machine.

    Welcome my son, welcome to the machine.
    What did you dream?
    It's alright we told you what to dream.
    You dreamed of a big star,
    He played a mean gituar,
    He always ate in the Steak Bar.
    He loved to drive in his Jaguar.
    So welcome to the Machine.

    (Pink Floyd)

     

    Rafal Olbinski

     

     

    Ad Ossian, agli ossianici e a Jacopo Ortis

     


    Ah le Muse, cosa non si fa per loro... L'epica di Calliope, la lirica di Erato, la poesia di Euterpe e ancora Talia, citata anche da Foscolo nei Sepolcri, e la commedia, Tersicore e la danza, Melpomene e la sua tragedia, e Clio e Urania...


    Un vortice di sacro e profondo fervore dell'arte, del genio dell'uomo illuminato dalla luce divina d'ispirazione, che nasce da un processo misterioso ed enigmatico, impenetrabile, proprio perché di origine divina.


    Le Muse... A volte riescono addirittura ad obnubilare le menti dei mortali... con la loro onnipossenza, con l'estatico e devastante senso di incommensurabilità che l'uomo può arrivare a provare... tanto da permettersi una qualsiasi azione! Persino avvelenare qualcuno nel sonno, o giustificare, persino, del marcio in Danimarca... Pur di giungere allo scopo! Lasciare manifestare il proprio ego... ormai luminoso come mille soli, con la lungimiranza e la crudeltà di un Apollo che scaglia le sue frecce e colpisce, da lontano.

    Frecce intrise nel fango. Nell'antichità gli arcieri lo facevano per far in modo che le ferite si infettassero e mietessero vittime anche quando la battaglia era finita. Uccidevano senza neppure guardare in faccia il nemico.


    Ma c'è una Musa poco conosciuta. Ah, la saggezza degli antichi...

    Fra le Camene di antica origine latina che sopravvissero al processo di assimilazione con le Muse elleniche, vi era Tacita.

    Il nome stesso, "colei che fa tacere", sembrerebbe inappropriato per una delle Muse, dee che del canto e della musica avevano fatto la loro naturale forma di espressione.


    Ovidio, nel libro dei Fasti ci racconta la storia un po' tragicomica di Tacita che, in origine, si chiamava Lala (in greco "la chiacchierona", e che mi ricorda il verso dei bimbi quando cominciano a pronunziare i primi suoni, "lallazione" appunto).

    Come lasciava presagire il nome, la giovane ninfa soffriva di una grave logorrea e, nonostante gli ammonimenti del padre, non riusciva a tenere a freno la sua torrenziale loquacità. Un giorno Giove, innamorato della ninfa Giuturna, convocò tutte le Ninfe, Lala compresa, per avere qualche consiglio su come poter sorprendere di nascosto Giuturna, così da soddisfare i suoi desideri.

    Lala non solo si affrettò a raccontare tutto a Giuturna, ma andò anche a parlare con Giunone, la moglie incazzosa di Giove, rivelando il fedifrago piano del marito. Comprensibile l'ira del padre degli dei che le strappò la lingua condannandola al silenzio perpetuo che le valse il nome di Tacita.


    In realtà, il silenzio che caratterizzava questa dea, il cui culto risaliva all'epoca di Numa Pompilio, era proprio ciò che la faceva maggiormente apprezzare dai Romani. Il riserbo e la scarsa loquacità furono, in antico, sempre considerati indizi di indole seria e assennata e, a Roma, furono sempre lodati fra i pregi migliori del carattere. Questo amore del silenzio e della riservatezza, che era adombrato anche dalla figura di un'altra divinità tipicamente latina, Angerona, che addirittura era raffigurata con la bocca legata, era, però, solo una delle ragioni che garantirono la fortuna del culto di Tacita. Da Ovidio si apprende che il culto di Tacita era molto apprezzato per un motivo pratico: faceva tacere le malelingue.


    Io, mortale, torno ad ammazzar formiche*. Spero che il culto di Tacita si diffonda e argini i flussi di idrogeno verso i dirigibili, l'idrogeno è pericoloso, reagisce facilmente, è preferibile utilizzare la nobiltà dell'elio. Metafora chimico-fisica. Adesso un contributo della pittura metafisica sull'argomento...


     


    Giorgio De Chirico - Le Muse Inquietanti


     

    (*) - Per chi non avesse letto il commento a riguardo... - "Ammazzar formiche" è solo metaforico, ormai io e le formiche viviamo in pace, pensa che la sera vengono a prendere il caffè da me. Con una macchinetta da tre posso offrire il caffè quasi all'intero formicaio, facendo pure la figura del signore. Il problema è che non lo bevono in tazza e quindi glielo devo versare a terra, ma cerco di non far prevalere il mio etnocentrismo e a tollerare i loro costumi e usi; magari potrei fare un passo in avanti, un gesto di pace e lappare il caffè da terra pure io...

     

    Quello piove


    Il cielo è grigio al di fuori della finestra del mio ufficio. Il cortile interno, involontariamente triste, non è colpa sua, si apre come una mano a toccare le gocce che piovono dal cielo. Una musica scorre lieve e malinconica, che sa di saudade brasileira, la voce di Morelenbaum sul piano di Sakamoto, tristi parole d'amore, "perché l'amore è la cosa più triste quando si disfa, si scioglie" portato via dalla pioggia. Almeno credo dica questo, non conosco il portoghese.
    Neppure l'ungherese e non mi chiamo José Costa (battutina per chi ha letto "Budapest").
    Intanto, "quello piove", come diceva un mio professore burlone al liceo.

    Sakamoto, Morelenbaum e Costa

    Comuni denominatori


    Come si fa a conoscersi da neonati, come vicini di culla nella nursery di un ospedale, per poi incontrarsi di nuovo solo quasi venti anni dopo e diventare grandi amici? E' una cosa un po' bizzarra, almeno inconsueta, ma è quello che è successo a due miei carissimi amici (di lunga data e percorrenza): ci siamo incontrati più o meno per caso, un giorno, anche se poi avevamo come comune denominatore l'avere frequentato lo stesso liceo, il Majorana di Pozzuoli. Si chiamano Vincenzo entrambi e sono tra i miei amici più cari. Il primo Vincenzo lo conosco tipo dal '91 e abbiamo condiviso per anni e anni la passione per i fumetti, l'adolescenza e l'avventura del crescere, fino a diventare oggi adulti. Il secondo l'abbiamo conosciuto ai primi anni dell'università, dopo il liceo, abbiamo cominciato a frequentare la stessa comitiva, come si usava dire. Nella stessa comitiva, abbiamo conosciuto un terzo nostro amico, Antonio, detto Tonino.
    Il grosso di quella comitiva si vede ancora oggi, seppure ci siano state defezioni, secessioni, scismi, Mario e Silla e i triumvirati.
    E' sempre stato una sorta di grembo o marsupio (se proprio si vuole citare la mia attitudine di marsupiale) all'interno del quale ci siamo formati, abbiamo trovato protezione reciproca (a volte anche un po' in senso brizziano, con il quartiere-grembo di Bastogne, in momenti di dissidio che capitano ovunque) e abbiamo costruito amicizie di spessore basate sulla condivisione di valori comuni e non comuni, presi una sola volta col massimo esponente.
    In questa ode ai miei amici, anche se non gli unici sia chiaro (ce ne sono tanti altri importantissimi che hanno avuto genesi ed evoluzioni esogene dalla comitiva-grembo; ad esempio ieri è stato il compleanno di Giovanna), ricordo l'anniversario della nascita di tre di loro, appunto, Vincenzo (Enzo; Vinz), Vincenzo (Vicié; Becié) e Tonino (Frumbo; Smurzo), proprio oggi 26 maggio. Tanti auguri di buon compleanno! Domani è il compleanno di Francesco. A maggio gli ospedali lavorano duro, ci sono linee di montaggio bebè continue da parecchi anni...




     


    Il volo del pesce luna

    Un pesce che mi ha meravigliato nella visita all'acquario di Genova è stato il pesce luna, detto anche pesce mola. L'avevo visto già qualche volta in qualche puntata di Linea Blu, ma mi era passato di mente, catalogato come semplice curiosità e relegato all'archivio delle cose dimenticate, immenso nella mia memoria. Me lo sono trovato davanti e mi ha colpito vederlo nuotare, molto più grande di quanto potessi immaginare, una meraviglia inaspettata del mare.

    Il pesce luna è un grande pesce che vive prevalentemente in mare aperto. Il suo corpo è di forma tondeggiante, di colore grigio, ed è molto schiacciato lateralmente. Supera i 3 metri di lunghezza e i 2.000 Kg di peso: per questo è noto come il più pesante pesce osseo del Pianeta. Nuota lentamente e pigramente alla ricerca delle sue prede favorite: plancton, piccoli pesci e meduse. La coda è estremamente ridotta, ma riesce a nuotare grazie alle pinne anale e dorsale, estremamente allungate: spesso quando è vicino alla superficie, la pinna dorsale sporge dall’acqua e può essere confusa con quelle degli squali. La sua bocca è molto piccola e i denti sembrano fusi tra loro a formare una specie di becco.




    E' una creatura misteriosa ed affascinante, dall'aria sorniona, sembra uscita direttamente da un sogno. Mi è praticamente mancato il fiato quando me lo sono ritrovato davanti per poi rimanere affascinato dall'aria di sogno che emanava la sua figura in movimento, nel suo lento nuoto in acqua.
    Sembra che voli, lentamente, come può fare proprio la luna che sorge e percorre il suo cammino nel cielo fino a tramontare.

    In alcuni momenti sembrava un enorme cuscino o un materasso galleggiante a mezz'acqua, tenero e morbido. Ma credo però che addormentarsi sopra un pesce luna abbia delle controindicazioni. Poi bisogna fare necessariamente uno shampoo come minimo e non credo che resisti molto fuori dal suo ambiente, figurarsi su un materasso o sopra delle doghe in legno.

    Il nemico invisibile

     
    Per come è stato posto il problema mi sembra che gli animali domestici servano come canarino nelle miniere di carbone contro il gas grisù agli inizi del secolo passato. Certo però una maggiore sensibilità per la qualità dell'ambiente in cui viviamo, negli stili di vita possono aiutare a vivere qualche anno in più e in condizioni migliori. E' pur vero che contro certe malattie i fattori genetici e di ereditarietà sono dei vincoli, ma perché mai aiutare tali fattori a fare il loro bieco e cinico compito quando si può vivere meglio?
    Radiazioni, polveri sottili e inquinamenti di sorta, fumo passivo e condotte (anche alimentari) sregolate sono tra i nostri nemici invisibili ed anche per i nostri amici coinquilini a due o quattro zampe.
     
     

     
     
    CANI E GATTI, SENTINELLE AMBIENTALI PER TUMORI
     
     (di Enrica Di Battista)
    ROMA - Cani e gatti, insostituibili amici dell'uomo, sono anche preziose "sentinelle" per i cancerogeni ambientali. E dal momento che vivono giorno e notte con il loro padrone, un'attenzione maggiore alla loro salute potrebbe tornare utile anche al proprietario.

       Sempre piu' studi comparati hanno infatti riscontrato patologie simili tra uomo e animali domestici: le polveri sottili, le radiazioni, il fumo passivo e i tubi di scappamento sono tra i principali responsabili, oltre ai fattori genetici, della formazione dei tumori anche negli amici a quattro zampe.
      
    Dalla chirurgia specialistica alla crioterapia, dalla radioterapia alla chemioterapia, la veterinaria ha fatto intanto enormi progressi. Oggi, forse pochi lo sanno, anche per cani e gatti sono disponibili laser chirurgici ed una serie di presidi che aggrediscono il tumore sotto piu' fronti.

       DIAGNOSI PRECOCI - L'importante "e' agire in tempo - spiega Fabio Valentini, veterinario membro della European Society of Veterinary Oncology - molto prima che nell'uomo, perche' la vita di un cane o di un gatto e' molto piu' breve di quella umana, quindi anche le patologie evolvono con molta piu' rapidita'". A titolo di esempio, "basti pensare ad un linfoma non-Hodgkin, frequentissimo tumore negli animali ma anche nell'uomo: sotto terapia un cane puo' vivere massimo due anni. Nell'uomo, a parita' di condizioni - spiega il veterinario -, i tempi sono decisamente piu' lunghi".

       Il fattore temporale e' quindi fondamentale per una diagnosi precoce. Il proprietario di un animale deve saper quindi captare qualsiasi sensore. Il primo, ad esempio, puo' essere un'improvvisa e prolungata perdita di appetito.

       Un tempo, con una diagnosi di tumore, un cane o un gatto veniva soppresso. Oggi ci sono approcci terapeutici diversi. "Il tumore - tiene a precisare il dottor Valentini - non e' 'curabile' o 'non curabile' ma va preso come una malattia 'cronica', con la quale l'animale puo' convivere ed avere, sotto adeguate terapie, una buona qualita' della vita. Anche nell'uomo ci sono varie patologie non curabili, ma grazie ad alcuni presidi farmacologici si puo' condurre comunque una vita dignitosa".

       PREVENIRE - E' la parola d'ordine anche per gli animali. Cosi', come una donna si sottopone abitualmente ad un pap-test e alla mammografia, un cane o un gatto in buona salute che ha superato i quattro anni deve fare un check up completo una volta l'anno: visita clinica, esami del sangue e delle urine, radiografie toraciche ed ecografie addominali.

       Va controllata anche l'obesita', nella prevenzione non solo dei tumori ma anche, tra l'altro, delle patologie cardiache. Cosi', secondo i principi del buonsenso, una corretta alimentazione e l'attivita' fisica sono regole d'oro.

        RAGGI ULTRAVIOLETTI - Avete un gatto bianco? Questi felini sono tra i piu' soggetti ai carcinomi squamosi, indotti dai raggi ultravioletti. Percio' sara' buona regola - come consiglierebbe un medico ad una persona con carnagione chiara - non far esporre al sole l'animale troppo a lungo e nelle ore piu' calde. Ci sono inoltre "predisposizioni di razza" di cui deve tener conto un proprietario di 'fido': levrieri e cani San Bernardo sono piu' soggetti ai tumori ossei. I boxer possono contrarre diversi tipi di tumori. I gatti in genere sono predisposti ai sarcomi iniezioni indotti: per questo, soprattutto nei felini, vaccini ed iniezioni devono essere fatti nello stretto necessario e sempre sotto indicazioni del veterinario.

        OCCHIO AL FUMO PASSIVO - Padroni con il vizio delle ''bionde'', pensate anche al vostro amico a quattro zampe, non solo per i tumori ma anche per le malattie respiratorie. Anche lui risente degli effetti del fumo passivo, cosi' come dei tubi di scappamento, a loro 'portata di naso'.


        LA  STERILIZZAZIONE -
    Per i tumori mammari sia nei cani sia nei gatti e' consigliabile la sterilizzazione tra il primo ed il secondo calore, non oltre. Nei gatti il tasso di malignita' di un tumore mammario e' piu' elevato, quindi piu' il nodulo e' piccolo, maggiori saranno le possibilita' di intervenire in tempo. La palpazione rimane un'ottima regola per la prevenzione, esattamente come nell'uomo.

       DIAGNOSI SOFISTICATE E CHIRURGIA  -
    Ecografie, radiografie, TAC (e la sua evoluzione TC Scan) e biopsie sono gli strumenti principali che oggi consentono una piu' precisa diagnosi della malattia. L'ago aspirato, ad esempio, e' la prima cosa da fare nel caso di un nodulo sospetto.
    La TAC e' disponibile da qualche anno in veterinaria ed e' fondamentale nell'oncologia perche' permette di vedere con precisione l'estensione di una massa tumorale e, alle volte, evita inutili interventi se l'animale non e' operabile.


       CHEMIOTERAPIA -
    Oggi ci sono farmaci rivoluzionari sia per uso umano sia veterinario. Cio' vuol dire meno effetti collaterali e maggiore possibilita' di aggredire la malattia. "Non bisogna demonizzare la parola 'chemioterapia' - afferma il dottor Valentini -, la quale d'altra parte non vuol dire altro che 'terapia con farmaco'. Anche un antibiotico - aggiunge - e' un chemioterapico". Purtroppo si associa a questo tipo di cure l'effetto devastante che i primi farmaci per la chemioterapia avevano sull'uomo: totale perdita di capelli, nausea, vomito, abbassamento dei globuli bianchi. "In veterinaria - aggiunge  l'oncologo - i dosaggi dei farmaci sono anche piu' bassi e gli effetti collaterali sono minori e monitorizzabili".

       PRIMA DI TUTTO, IL BENE DELL'ANIMALE -
    "Possiamo curare - spiega l'oncologo - tumori attraverso chirurgie aggressive e demolitive (amputazioni, asportazioni di nasi e altri distretti anatomici), ma il proprietario deve capire che l'animale non ha coscienza dell'impatto sociale derivante dal ritrovarsi su tre zampe". Lui non si vergogna e si adatta in modo straordinario. L'importante e' sempre il bene dell'animale.

       EUTANASIA -
    Se il "dogma" di un buon oncologo dovrebbe essere "prolungare il piu' possibile la vita di un animale, nelle migliori condizioni possibili, senza scendere nell'accanimento terapeutico", puo' arrivare pero' il momento in cui non c'e' piu' niente da fare per il nostro amico a quattro zampe. "L'eutanasia - sottolinea il veterinario - e' l'ultimo gesto di bene per un animale che non ha piu' buone prospettive di vita". Tenerlo ancora con noi sarebbe solo un atto di egoismo.

    (fonte ANSA)

     

    Omnia munda mundis

     
    Tutto è puro per i puri... Ma qua l'Occidente fraintende a causa dei suoi modelli culturali "deviati" o questi stanno dando i numeri? Certo in Europa c'è chi fa di molto peggio. Comunque, tutto ciò non è certamente da ascrivere sul piano dello scontro di civiltà: da una parte è un ritorno ai costumi di un tempo, al mos maiorum, come lo chiamerebbero i romani, islamico (da quello che ho letto in questo articolo di Repubblica); dall'altra c'è invece la degenerazione dei costumi europeri ed occidentali che portano la politica sempre più al mercimonio di cose, animali e persone.
     
     
     
    Egitto, singolare interpretazione del Corano di due religiosi della moschea al Azhar del Cairo.Polemiche in Parlamento
     

    "La donna deve allattare l'uomo
    per poterlo frequentare sul lavoro"

    di ELENA DUSI

     

    Per risolvere il caso scabroso di due colleghi di sesso diverso che lavorano nella stessa stanza era apparsa impresa ardua agli esperti egiziani di diritto islamico. Che così hanno elaborato una fatwa piuttosto bizzarra. Alla donna in orario di lavoro è infatti concesso togliersi il velo, alzare la jallabia (il vestito che la copre dal collo alle caviglie), scoprirsi il seno e allattare il collega maschio. L'operazione, ripetuta 5 volte, è in grado di trasformare il compagno di lavoro in un membro della famiglia. Uno di quegli uomini che insieme a padri, fratelli e figli, può frequentare le donne a tu per tu e senza le restrizioni imposte dalle "regole del pudore".

    Pescando direttamente dalle tradizioni del Profeta, il capo della sezione "diritto islamico" della moschea al Azhar del Cairo - il punto di riferimento più autorevole dell'islam sunnita - ha emanato questa fatwa che ora è approdata in parlamento.

    L'editto sull'allattamento degli adulti" ha mandato sulle furie i deputati dei Fratelli Musulmani. Il gruppo politico che si ispira ai principi dell'islam e che - pur essendo bandito dalla legge - è riuscito a mandare un'ottantina di rappresentanti in parlamento, annuncia che una norma simile "getterebbe i fedeli nel caos". E probabilmente renderebbe assai difficile il lavoro negli uffici.

    La fatwa emessa dall'Azhar e firmata dal capo-giurista Izzat Attia si basa su un resoconto della vita del Profeta. Uno dei suoi ex schiavi, divenuto libero, aveva mantenuto l'abitudine di muoversi liberamente nella casa di Maometto anche dopo la pubertà. A una donna che se ne lamentava, il Profeta consigliò: "Allattalo, così diventerai tabù per lui, e il dissidio nei vostri cuori svanirà". Dopo aver seguito il suo consiglio, la donna riferì che effettivamente ogni discordia nella casa era svanita.


    Attia forse si rendeva conto che riproporre un comportamento simile negli uffici del Cairo oggi avrebbe gettato scompiglio fra le stanze. Così ha cercato di mitigare il precetto suggerendo che l'allattamento poteva anche compiersi non direttamente dal seno della donna. Basta che lei porga al collega un bicchiere del suo latte per 5 volte perché l'operazione di "adozione" sia completata. I colleghi, diventati parenti stretti, non potrebbero avere relazioni sessuali senza cadere nel tabù dell'incesto.

    La fatwa ha scatenato polemiche su tutti i giornali egiziani e non, sollevando una bagarre al parlamento del Cairo che mercoledì scorso ha discusso la norma. Mentre Attia ripeteva che allattare un uomo, anche adulto, per cinque volte esclude ogni possibilità di "relazione impura", la fatwa è finita preda del più irriverente settimanale satirico del paese, al Dustur. Che avverte i suoi lettori: "Non vi stupite se, entrando in un ufficio pubblico, vi imbattete in un funzionario 50enne che prende il latte dalla sua collega"

    (da La Repubblica)

     

     

    La leggenda del Piave

     
     
    Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
    dei primi fanti, il 24 maggio;
    l’Esercito marciava per raggiunger la frontiera,
    per far contro il nemico una barriera...
    Muti passaron quella notte i fanti;
    tacere bisognava e andare avanti!
    S’udiva, intanto, dalle amate sponde,
    sommesso e lieve il tripudiar dell'onde;
    era un presagio dolce e lusinghiero,
    Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!”

    Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
    e il Piave udiva l'ira e lo sgomento.
    Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciar il tetto,
    poiché il nemico irruppe a Caporetto!
    Profughi ovunque! Dai lontani monti
    venivano a gremir tutti i suoi ponti.
    S’udiva, allor, dalle violate sponde
    sommesso e triste il mormorio dell’onde:
    come un singhiozzo in quell' autunno nero,
    il Piave mormorò: “ritorna lo straniero!”

    E ritornò il nemico! per l’orgoglio e per la fame:
    volea sfogar tutte le sue brame...
    vedeva il piano aprico, di lassù: voleva ancora
    sfamarsi e tripudiar come allora...
    ”No!”, disse il Piave: “No!”, dissero i Fanti,
    mai più il nemico faccia un passo avanti.
    Si vide allora il Piave rigonfiar le sponde!
    E come i fanti, combattevano le onde...
    Rosso del sangue del nemico altero,
    il Piave comandò: “Indietro, va, straniero!”

    Indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento
    e la Vittoria sciolse le ali al vento!
    Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti
    risorgere Oberdan, Sauro, Battisti...
    infranse, al fin l’italico valore
    le forche e l’armi dell’impiccatore!
    Sicure l’Alpi... Libere le sponde...
    e tacque il Piave: si placaron le onde...
    sul Patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
    la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!
     
     
     

    Lasciare il segno nel XX secolo

     
    Peccato che sono dovuto ripartire per Milano, altrimenti non me la sarei persa la mostra al museo Madre.
     
     
    'MERDA D'ARTISTA' RECORD MARCHIO DI MANZONI
     
     
      ROMA - Gli esperti hanno rilevato che Merda d'artista di Piero Manzoni, di cui è stato battuto da Sotheby's un esemplare a 124.000 euro insieme ad un Achrome del '58, caolino su tela, aggiudicato a poco meno di un milione di euro, e' una delle poche opere d'arte del XX secolo che hanno acquistato un autentico status di oggetti di culto, accanto alla Fontana di Marchel Duchamp e alla Zuppa Campbell di Andy Wahrol.

       Secondo il critico Boris Groys, che ha scritto un saggio su questa opera pubblicato sul catalogo Electa in occasione della Mostra dedicata a Manzoni inaugurata a Napoli il 19 maggio scorso, questa opera differisce però sotto molti aspetti da quelle di Duchamp e Warhol principalmente in quanto non rientra nella categoria del ready-made, non si tratta cioé di scegliere un esemplare di un oggetto prodotto in serie dichiarandolo un'opera d'arte.

       Manzoni invece ha prodotto 'in proprio' circa 90 barattoli con la merda d'artista: una quantità potenzialmente incrementabile ma non, ovviamente, reperibile sul mercato. Secondo Groys la dibattuta questione se i barattoli realizzati da Manzoni contengano effettivamente merda oppure no, come recentemente è stato ipotizzato, ha poca importanza: la cosa fondamentale, a suo parere, è il fatto che Manzoni in Merda d'artista rispecchia e rafforza quel tabù che impedisce allo spettatore di sapere di quale materiale sia fatta in realtà l'opera d'arte.

      E in effetti, l'opera d'arte che lo spettatore si trova davanti visitando un museo o una galleria è là solo per essere vista, osservata - non smontata e distrutta. Il corpo dell'opera d'arte, protetto dalla convenzione che domina nel sistema dell'arte, resta dunque inaccessibile a tutti i tentativi di conoscerne il contenuto, perché allo spettatore non autorizzato non è consentito spingere il proprio sguardo all'interno dell'opera d'arte. Manzoni insomma non solo non supera lo iato tra forma e contenuto ma, al contrario, lo radicalizza.

       Le opere di Piero Manzoni stanno vivendo un momento particolarmente felice: la mostra inaugurata il 19 maggio a Napoli, curata da Germano Celant, rimarrà aperta fino al 24 settembre offre una rilettura del percorso creativo dell'artista attraverso le diverse fasi della sua breve ma intensa carriera dal 1956 al 1963, anno della sua prematura scomparsa.  (ANSA)
     
     
     
     
     

    Il dominio dell'ombra

     

    Nel futuro credo che la biologia marina accoppiata alla genetica e tutto il settore della conservazione dei beni culturali, persino l'arte contemporanea ed estemporanea, dovranno fare dei grossi passi in avanti. Oppure si deve cambiare rotta sui dispositivi elettronici atti alla fotografia. Il mondo marino soffre dell'ombra in senso fisico. L'arte resta nel dominio dell'ombra in senso metaforico. La mia considerazione arriva dal fatto che per fare delle foto nell'acquario di Genova, dove sono stato con la mia amica Giovanna, il giorno prima della sua partenza per la Sicilia, ho dovuto penare e maledire il mio sensoretto CCD. La considerazione sui beni culturali invece arriva dal fatto che fare una foto in un museo può portare a sguinzagliate di cani da conservazione di beni culturali, motivi di copyright e cose del genere. La domanda che ci si pone: perché non è possibile acquistare un pass fotografico come in tutti i musei d'Europa? Mauro cercò di attaccare briga al Madre per potere fare delle foto... Ma, in effetti, ci vuole tanto a farlo? Sarebbe un contributo ulteriore per il bistrattato settore della conservazione dei beni culturali, che è poi la maggiore risorsa di questo strano nostro Paese che sputa nel piatto dove mangia.

     

     

    Per quanto riguarda le foto all'acquario, invece, il problema è quello di non potere usare i flash per non disturbare la fauna. Ormai io ho una vera e propria tenzone aperta con gli animali, per riuscire a fotografarli in movimento con la mia piccola Kodak digitale. Già ho scritto alcuni post in passato sull'argomento, in effetti, ma è un problema tuttora in parte irrisolto e fonte di crucci e di grucce. Foto senza flash ed in un ambiente con poca luce, di soggetti che si muovono: praticamente le forze del male che si scatenano e generano il caos. Il povero sensore CCD ha bisogno di molti fotoni per generare gli elettroni necessari alla formazione dell'immagine elettronica. Il buio non è l'ambiente ideale quindi per un sensore CCD. Il movimento inoltre richiede un tempo di apertura dell'otturatore piccolissimo e questo riduce ulteriormente il numero di fotoni ammessi per la creazione dell'immagine. Il flash ha il compito di fornire fotoni che rimbalzino sugli oggetti da immortalare. Siano lodati il magnesio, la fotochimica e pure Einstein che ci vinse il Nobel con l'effetto fotoelettrico, e non per la relatività, cose strane della vita. La teoria che ha rivoluzionato la concezione newtoniana di gravità, messa in ombra dall'emissione di elettroni da una placchetta di metallo. Così come lo stesso Nobel finanziò la sua fondazione coi famosi premi coi guadagni ottenuti sulla vendita di esplosivi. Dinamite. C'è sempre un'ombra da qualche parte in ogni storia.

     

     

    La risoluzione del problema, la lotta della fotografia contro l'ombra e il movimento imprevedibile, non è banale con gli attuali mezzi a mia disposizione. Comprando una macchina migliore è ovvio che si ottengono risultati migliori, ma sarebbe come ammettere la sconfitta nei confronti della natura maligna e poi prendersela con la luna. E la luna risponderebbe "Ma che cavolo vuoi?". Nel caso dell'acquario ho cercato di fare un passaggio da un riferimento euleriano ad uno lagrangiano. Nell'euleriano la fotocamera è ferma e cattura tutto quello che le passa davanti nel tempo di apertura dell'otturatore, nel lagrangiano la macchina segue, fin quando è possibile, l'oggetto in movimento. Purtroppo il movimento dei pesci in un acquario non è facilmente prevedibile da parte di chi i pesci è solito vederli nel congelatore o nel forno. Lo stesso problema l'ho avuto ai tempi di Pisa con le foto delle rondini attorno all'allora casa mia (senza alcun risultato apprezzabile, in quanto le rondini sono tra gli uccelli più veloci) e con i gabbiani a Pisa, a Napoli e alle Cinque Terre, con qualche risultato apprezzabile, ma sempre nelle condizioni buone di vento e di correnti ascensionali che fanno muovere poco gli uccelli.

     

     

    I soggetti  migliori da fotografare all'acquario sono stati stelle marine, anemoni e simili nella zona buia. Invece qualche foto carina è venuta nella foresta dei colibrì. Un posto dove si poteva camminare in una piccola ricostruzione di una foresta pluviale con tanto di annaffiatoi automatici che nebulizzavano acqua, in mezzo ai colibrì in libertà. Ho fatto un video carino, magari appena riesco a capire come si fa lo pubblico sul blog. Giovanna aveva un certo timore a muoversi tra i colibrì allo stato brado. Io ero eccitato dall'opportunità di poterli osservare da vicino dopo tanti documentari dove li avevo visti, estasiato. Il loro volo è stupendo, una meraviglia della natura. Non ho neppure provato a fotografarli, data la frequenza del battito d'ali che neppure il nostro sofisticato impianto visivo riesce a scandire. L'occhio umano è di una complessità incredibile. I due tipi di recettori, i coni e i bastoncelli, fanno dei veri e propri miracoli, lessi un libro di curiosità chimiche quando ero in Normale dove si parlava della chimica che fa funzionare la nostra vista, dal buio pesto alla luce del sole. Ci vorrebbero fotocamere veloci per cogliere il volo di un colibrì, come quelle che avrei dovuto utilizzare per la tesi di laurea, che poi mi hanno sostituito con la fluidodinamica numerica. Cosa ottima alla fine, perchè mi ha permesso di essere qua ora a parlare di riferimenti euleriani e lagrangiani.

     

     

    Era de Maggio


    Era de Maggio

    (Salvatore Di Giacomo, 1885)


    Era de maggio e te cadeano ‘nzino
    a schiocche a schiocche li ccerase rosse...
    Fresca era ll’aria e tutto lu ciardino
    addurava de rose a ciente passe.

    Era de maggio — io, no, nun me scordo —
    na canzona cantàvamo a ddoje voce:
    cchiù tiempo passa e cchiù me n’allicordo,
    fresca era ll’aria e la canzona doce.

    E diceva. «Core, core!
    core mio, luntano vaje;
    tu me lasse e io conto ll’ore,
    chi sa quanno turnarraje!»

    Rispunnev’io: «Turnarraggio
    quanno tornano li rrose,
    si stu sciore torna a maggio
    pure a maggio io stonco cca».

    E so’ turnato, e mo, comm’a na vota,
    cantammo nzieme lu mutivo antico;
    passa lu tiempo e lu munno s’avota,
    ma ammore vero, no, nun vota vico.

    De te, bellezza mia, m’annamuraje,
    si t’allicuorde, nnanze a la funtana:
    l’acqua Ilà dinto nun se secca maje.
    e ferita d’ammore nun se sana.

    Nun se sana; ca sanata
    si se fosse, gioia mia,
    mmiezo a st’aria mbarzamata
    a guardare io nun starria!

    E te dico — Core, core!
    core mio, turnato io so’:
    torna maggio e torna ammore,
    fa de me chello che buo’!



    Coniugati complessi


    La stazione di piazza Cavour si trova in una zona di Napoli di recente rivalutata con lavori che l'hanno ripescata dal grigio nel quale annaspava. Ora le automobili sfilano veloci senza ristagnare attorno alla piazza, la nuova stazione della linea della metropolitana della linea 1 ha dato una scossa alla vecchia linea 2, prendendo nome dal museo archeologico ad essa attiguo. Si respira un'altra aria rispetto ad una decina di anni fa, senza ombra di dubbio. Mi ricordo di questa piazza per le campagne di acquisizione di fumetti tanti anni fa. Mi ricordo delle lezioni di matematica e di fisica che davo ad un debosciato che abitava da quelle parti e che se fossi stato suo padre sarei stato molto indeciso se suicidarmi per l'errore commesso o neutralizzarlo per fare un piacere alla specie.
    Proprio in questa zona è avvenuta la violazione dell'idea e l'avvento del corrispettivo ontologico, se non gnoseologico, che ha portato ben tre amici di blog nella sfera delle amicizie reali. E' un po' come due coniugati complessi che diventano un numero reale, in maniera quasi insospettabile. L'idea, il primo coniugato, che si ha della persona virtuale si moltiplica per il coniugato apparire porta il tutto a diventare una persona reale.
    La prima persona che ho incontrato è stata Maria. E' stata lei a riconoscermi per prima. Non so per quale motivo ma me la immaginavo bionda. Ho la strana associazione ingegnere gestionale e capelli chiari. Senza senso, ammetto. Non meno assurda era l'attesa che avevo di Mauro: me lo aspettavo meno magro e con la voce di Carmelo Bene. Sarà che ho un monitor wide screen che mi deforma tutte le immagini, almeno per le sembianze. Il problema è la voce di Carmelo Bene...

     

    Jannis Kounellis


    Siamo subito andati al Madre, il museo di arte contemporanea Donna Regina di Napoli. Abbiamo approfittato che il lunedì pomeriggio l'ingresso è gratuito. Il palazzo che ospita il museo è molto bello, signorile, mi piacerebbe abitarci, ma immagino che le spese condominiali costino un po' troppo. Tranne qualche opera di Schifani e di Fontana note, per me era sostanzialmente tutto nuovo. Del resto l'arte contemporanea è abbastanza lontana dai mie gusti, anche se sto cercando di entrare in questo affascinate settore, dove tutti possono dire la propria. Infatti, mi sto procurando lezioni di storia dell'arte contemporanea in modo da svegliarmi su questo argomento. Il fascino delle opere di arte contemporanea è che a volte non si capisce se quella che stai vedendo sia un'opera o un cantiere per l'allestimento dell'opera, non sai se un cartone o un libro usato siano oggetti assolutamente casuali o concepiti per un allestimento.
    Oltre al museo Madre, abbiamo visitato alcune chiese che ci hanno incuriosito lungo il tragitto: san Lorenzo Maggiore, san Gregorio armeno, san Gennaro all'Olmo e san Biagio Maggiore. Napoli è un groviglio di storia di 2500 anni che si muove dal tempo dei Greci, fino ad oggi. La storia viene continuamente inglobata nel tessuto della città, come se fosse viva e cambiasse continuamente pelle. In pochi metri avevamo attorno qualcosa di Greco, di Romano, di Bizantino, di medievale dell'età del ducato, fino ad arrivare al Barocco e all'Ottocento. Le ultime due chiese citate sono normalmente chiuse al pubblico e solo perché abbiamo impietosito, grazie all'insistenza di Mauro, un ragazzo molto simpatico che collaborava con l'associazione degli studi vichiani, ci ha fatto da guida raccontandoci di tutto su quelle due chiese dimenticate, ma in realtà ricchissime di storia, dove tra le tante cose, è stato battezzato Gianbattista Vico, dove cattolicesimo ed ortodossia si sono fusi in passato, lasciando segni evidenti tramite croci greche ed altri particolari tutti annoverati dalla nostra guida.
    Fuori a san Lorenzo Maggiore abbiamo pure sentito Marilù e poi Federico, quindi il nostro incontro tra realtà e virtuale ha avuto altri sviluppi. Chissà forse un giorno ci vedremo dal vivo.
    Accompagnata Maria ai bus per Gragnano, siamo andati incontro a Nicla che ci aspettava a piazza Cavour, mentre noi eravamo al porto. Due passi (o due milioni di passi?) e siamo arrivati a destinazione. Conosciuta Nicla, Mauro ha fatto ritorno verso casa sua, mentre io e Nicla siamo andati al caffè letterario Intra Moenia a piazza Bellini che è un luogo molto carino e, effettivamente, per darsi delle arie. A me piace molto, me lo fece conoscere Cristina tanto tempo fa. Il tempo per una piacevole conversazione e poi ci siamo salutati perché il tempo vola più veloce di una bollicina nella birra.
    E' stata una giornata estremamente positiva che dovrà ripetersi appena possibile anche con altri di voi. E' incredibile l'emozione che si vive quando ti accorgi che una persona che conosci, ti risulta avere delle incognite. Grande è l'emozione nello scoprire com'è fatta e come la pensa. Gli incontri napoletani sono stati molto proficui ed interessanti, tanto da farmi venire una gran voglia di conoscervi tutti dal vivo. Un giorno faremo un raduno, su...

    Rotolando verso sud

     
    Sono arrivato a Napoli mummificato in un posto di seconda classe in un eurostar "Alta Velocità". Credo che chi si occupa di ergonomia per la costruzione di quei treni abbia affrontato i temi del disagio interiore di chi veniva sepolto vivo il posizione fetale come sacrificio a divinità malvagie. Sulla velocità del convoglio nulla da ridire: nella tratta Firenze-Napoli è stato eccezionale, velocissimo sulla linea a lui dedicato. Milano, Bologna e Firenze sono state invece sacrificate sulla vecchia linea. Una sorta di penitenza per poi giungere ad una redenzione, fino all'abluzione finale del ritorno sui percorsi della memoria. Il primo segno di casa l'ho avuto prima con le case della provincia di Caserta, così campane e così felici. Poi è comparsa la mole impressionante del Vesuvio. E subito dopo, è stata Napoli. Ho passato il viaggio cominciando a leggere il romanzo di Chico Buarque, "Budapest". L'avevo comprato ai tempio di Pisa. Di recente Alessia l'ha letto e quindi, incuriosito, l'ho ripreso dai meandri dell'armadio della mia stanza per riportarlo alla luce.
    Il messaggio di benvenuto a Napoli è arrivato da quattro tipici disoccupati ambulanti che ha tentato di vendermi dei calzini già ancora sul treno. "Sono a casa" ho pensato. Passante ferroviario fino a Pozzuoli, la baia dei Cesari che si è aperta di nuovo davanti ai miei occhi in una grande emozione, tipica di chi torna a casa dopo cinque mesi di Milano.
    Mancavo da Natale da questi luoghi. Appena arrivato subito sono cominciate le visite ufficiali del mio breve viaggio.
    Prima sorella con il primo nipotino. Come prima cosa io e Antonio abbiamo ripreso in mano le costruzioni che gli avevo regalato tanto tempo fa. Ho tentato un attimo di riparare la lavatrice della sorella. Siamo fratelli, infatti abbiamo fatto la stessa cavolata di lavare il tappeto con la lavatrice ad alta temperatura. La gomma si è sbriciolata anche a lei, solo che il suo scarico era molto più difficile da pulire. Un fratello ingegnere meccanico e che si occupa di fluidodinamica risulta essere utilissimo in casa, tipo Mac Gyver. Peccato che non avesse i chiavini del sei, altrimenti gliela smontavo pezzo pezzo la lavatrice, adoro questo genere di operazioni. Mi piace capire a che servono i pezzi delle lavatrici. Ma anche dei frullatori, delle caldaie, dei frigoriferi. Quando però il probema è di elettronica posso ben poco, le mie conoscenze sono rudimentali.
    Seconda sorella con ragazzo artista. Ho visto un po' a che punto sono i quadri di mio cognato, lui dipinde, seguendo a suo modo la corrente iperrelista. Casa loro è invasa da tele enormi che preparano a mano con la colla di coniglio (una puzza tremenda quando la si prepara che non immaginate, assieme all'olio di tremendina danno quel tipico odore degli studi dei pittori). Aveva un'allieva dell'accademia delle belle arti da lui, le sta dando lezioni di pittura. Gli ho raccontato delle mostre alle quali sono stato in questi cinque mesi, in effetti solo quella di Padova con Manù e quelle milanesi del palazzo reale, e delle lezioni di storia dell'arte e di chimica del restauro del consorzio Nettuno che sovente di sera tardi seguo nella mia stanza nel Fantabosco.
    Terza sorella con il secondo nipotino. Vincenzo è cresciuto tantissimo, ha compiuto da poco due anni e l'ho trovato estremamente furbo e intelligente. Un percorso che Antonio ha già fatto a suo tempo, con lui l'ho notato solo ora percé cinque mesi fa parlava appena, mentre ora articola i suoi primi discorsi, di una certa logica e dialettica. Ho finalmente riabbracciato la mamma, che ha visto negli ultimi due anni circa questo figlio esule andare via di casa, ai confini dell'Impero per lottare contro le forze caotiche che si erano scatenate contro di noi.
    L'incontro più intimo però l'ho avuto col mare. Mia sorella abita a pochi metri dal mare, da quel molo e da quella spiaggia che ho fotografato nel periodo natalizio e riportato su questo blog. E' stato un incontro molto emozionante, percorrere quel molo, fino a perdersi nelle carezze del tramonto sulla superficie increspata dal vento dell'ovest, nei mille toni di blu e di azzurro, un senso di pace che non avevo da tempo. Al ritorno dalla spiaggia ho comprato una pizza gigante e sono tornato a casa.
    Oggi la giornata l'ho dedicata alla visita al cimitero di Pozzuoli per rendere omaggio alle tombe degli avi. Ora sono a casa dei miei zii, dove, con sorpresa, ho trovato l'ADSL finalmente funzionante ed ho potuto ritornare a questo mondo virtuale, sempre più integrato con la realtà. Corrispettivi ontologici e gnoseologici a iosa in questo periodo. Il leitmotiv è integrare.
    Nel pomeriggio farò visita alla mia cara amica Giovanna che non vedo da Natale. A pensare che ci vedevamo tutti i giorni prima fa una certa impressioni beccarci ogni cinque mesi e sentirci al telefono una volta al mese. Le cose cambiano, ma si lotta affinché le amicizie non crollino sotto assedio del tempo e della lontananza.
    In serata uscirò con i miei amici di sempre, andiamo a bere qualcosa a Pozzuoli, per salutarci e raccontarci dal vivo un po' come vanno le cose. 
    Domani giornata di documenti. Non ci voglio neppure pensare, ma nel pomeriggio c'è il tanto atteso incontro con Mauro al Madre (dove forse ci sarà anche Maria, mentre altri hanno dato minori probabilità di esserci) e poi forse con Nicla.
    Domani sera non si sa. Martedì è una giornata riservata al fiscalista e al milione di altri impegni formali e noiosi che mi aspettano. 
    Mercoledì tornerò nella dimensione milanese.
       

    Luoghi comuni


    Questo fine settimana sarò a Napoli, fino a mercoledì mattina... senza connessioni di sorta, quindi, a presto...







    Quattro cani

     
    Quattro cani per strada.
    Il primo è un cane di guerra
    e nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza.
    Vive addosso ai muri e non parla mai,
    vive addosso ai muri e non parla mai.
    Il secondo è un bastardo che conosce la fame e la tranquillità
    ed il piede dell'uomo e la strada.
    Ogni volta che muore gli rinasce la coda.
    E il terzo è una cagna, quasi sempre si nega,
    qualche volta si dà e semina i figli nel mondo.
    Perchè è del mondo che sono figli, i figli.

    Quattro cani per strada
    e la strada è già piazza e la sera è già notte.
    Se ci fosse la luna, se ci fosse la luna si potrebbe cantare.
    Il quarto ha un padrone,
    non sa dove andare, comunque ci va,
    va dietro ai fratelli e si fida.
    Ogni tanto si ferma a annusare la vita, la vita.
    Quattro cani per strada e la strada
    è già piazza e la sera è già notte.
    Se ci fosse la luna,
    se ci fosse la luna si potrebbe cantare.
    Si potrebbe cantare.
     
    (Francesco De Gregori)
     
     
     
     
     

    Iarde, pinte, nine e santa Marie

     

    Per la gioia di noi ingegneri che dobbiamo perdere tempo in conversioni di unità di misura... Altrimenti potremmo annoiarci col sistema internazionale di misura.

     

    IN GB SALVE PINTE, GALLONI, LIBBRE E MIGLIA

     

    LONDRA - In Gran Bretagna esultano: pinte, galloni, miglia e libbre sono salve. La Commissione Europea alla fine ha ceduto e permetterà ai sudditi di Sua Maestà di non uniformarsi al sistema metrico in vigore nel resto dell'Unione Europea. Le cosiddette misure imperiali, ultimi retaggi dello splendido isolamento britannico, erano finite sotto il mirino di Bruxelles che da anni cercava di abolirle per introdurre anche sull'altra sponda della Manica il sistema utilizzato dal resto dell'Ue. La paura di perdere le loro ultime specificità aveva spinto moltissimi britannici ad organizzare campagne, dimostrazioni e iniziative di protesta. "E' una vittoria monumentale. Abbiamo salvato il miglio, la iarda, il piede così come la libbra e le once", ha dichiarato Neil Herron, direttore del gruppo di pressione Metric Martyrs.

    La lotta dei negozianti britannici contro gli 'euroburocrati' era iniziata sette anni fa grazie ad un modesto fruttivendolo di Sunderland (nord-est dell'Inghilterra), Steve Thoburn. Nel luglio 2000 Thoburn, forse non a conoscenza delle nuove normative europee che vietavano l'utilizzo delle misure imperiali, venne denunciato per aver venduto ad un funzionario comunale delle banane un tot alla libbra invece che al chilo. Il caso suscitò un enorme clamore che si diffuse dal piccolo mercato di Southwick al resto del Paese. Thoburn conquistò le prime pagine di tutti di quotidiani britannici ma anche del 'New York Times' e del 'Wall Street Journal'. In poco tempo più di 5.000 persone firmarono una petizione contro l'introduzione del sistema metrico e gli attivisti di Metric Martyrs si misero a vendere banane di fronte a Westminster utilizzando come misura la libbra. Nel gennaio 2001 un tribunale di Sunderland condannò Thoburn a sei mesi con la condizionale per aver infranto il Weights and Measures Act del 1985.

    Il fruttivendolo impugnò la decisione rivolgendosi prima all'Alta Corte e poi alla Camera dei Lord, la corte di grado più alto del Regno Unito, ma in entrambi i casi il suo ricorso venne respinto. Non domo si appellò anche alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ma dopo 18 mesi di battaglia legale anche Strasburgo gli diede torto. Nel marzo 2004 Thoburn morì a soli 39 anni a causa di un infarto. La sua famiglia ricevette messaggi di condoglianze ed incoraggiamento da tutto il mondo, incluso un cospicuo assegno da parte di un avvocato di New York con un messaggio: 'Continuate a lottare'.   (ANSA)

     

    Ritorno al deserto delle pietre nere


    E' quasi ufficiale: questo fine settimana sarò di ritorno nel deserto delle pietre nere, ovvero casa mia giù a Napoli. Il quasi è dovuto semplicemente alla disponibilità delle ferrovie a fornirmi il biglietto per il viaggio, dietro lauto pagamento ovviamente, altrimenti mi sa che non funziona bene. Sarà l'occasione di incontrare i tanti amici (che tenderanno a farsi volere vedere tutti sabato, temo), l'occasione per riabbracciare la famiglie e soprattutto il nipotame (manco fossi Юрий Алексеевич Гагарин, ovvero il primo cosmonauta russo Jurij Aleksejevič Gagarin, di ritorno dallo spazio), l'occasione per incontrare alcuni di voi in quel di Napoli, sì proprio voi!



    Con Mauro (Maumozio) si va al museo di arte contemporanea (il MADRE) dalle parti tra via Duomo e via Foria, io fischierò "O mia bela madunina" per farmi riconoscere. Per motivi di sicurezza e di ordine pubblico non posso pubblicare la data e l'ora dell'appuntamento, ma chiunque fosse interessato, trovandosi in zona, è il benvenuto (mi riferisco in particolare a Little Dina e alla landide Maria). Personalmente avrò la mia compatta per immortalare lo storico incontro per poi pubblicare tutto su blog, come monito per le generazioni future. Inoltre, Nicla mi "deve" una birra dopo averle rotto le scatole con la storia delle bollicine.
    Accorrete numerosi a Bajkonur. Venghino venghino, siore e siori.
    Vi avviso che al Madre c'è la rassegna molto introspettiva di Piero Manzoni, si proprio lui quello della "merda da artista".