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    L'ospite inatteso

     
     
    Pensavo che fosse Silvio e invece era la Siae. A volte esistono storie che non esistono. Impulsi elettrici, sequenze luminose, trasferimento di informazioni da continente a continente. Stringhe di bit, successioni rivedute e corrette per minimizzare gli errori. Le idee prendono forma, vengono trasformate il sequenze di nui e di zeri, ricomposte e portate in giro oltre ogni monitor che si affaccia sulla rete. Il tutto avviene costantemente. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Il flusso di informazione, una vera Babele dell'informazione, si sparge per il mondo. Come nella genetica, mappa delle cellule, le informazioni si propagano mantenendo un segnale di fondo. Un'impronta. Quella dell'idea madre. Grandi scatoloni di sabbia, grandi fiumi, aliti di vento. La turbolenza delle idee invade tutto.
     
    Pensavo che fosse Silvio e invece era la Siae. Mai il Nord America ha avuto tanti accessi su questa paginetta scritta male. Guglielmo in persona che si scomoda a controllare la paternità delle parole, delle immagini e di chissà che cosa, su questo blog. Gli autori e gli editori d'Italia che verificano, certificano, controllano. Silvio che per mesi ha frequentato questo blog. Cominciavo a pensare ci fosse un legame. L'uomo è theory-maker ed anche i piccoli segnali li tramuta in una grande storia. Un complotto internazionale è presto immaginato, degno di spy-story. Peccato che come legame debole a tenere tutto assieme ci sia qualche paginetta scritta male. La crisi economica imperversa e si cerca di fare quello che si può. Non ce la passiamo molto bene.
     
    Pensavo che fosse Silvio e invece era la Siae. Tra le visite su Shiny Stats mi ritrovo contatti sempre strani. La Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Microsoft, la Siae. Ospiti inattesi. Quanta gloria per qualche paginetta scritta male. In realtà, me ne sono ritrovate anche altre strane. Non so come ci arrivano e non sono casuali. Le correlazioni sono sufficientemente forti da non fare pensare a casualità. Visite ripetute, successioni di visite. Potevo capire quando pubblicavo qualche articolo dell'Ansa o qualche poesia da qualche sito, ma se voglino battere cassa anche su questo, la crisi deve essere molto più grave di quello che si pensa. Immagino chi ha i blog in una vera e propria Gomorra di illegalità... Se vengono qua dove ci sto attento a quel che pubblico, buonanotte. Posso mai pensare a visite disinteressate?! Coccio di argilla tra cocci di ferro. Homo homini lupus. Spero che Manzoni o Hobbes non vogliano i diritti d'autore...
     
     
     
     
     
    Il soggetto sono io e la foto l'ha scattata la Poppins a Roma, davanti al Quirinale.
     
     
     
     
     * "L'ospite inatteso" è anche titolo di un film uscito di recente. L'ho visto al cinema Apollo sala Urania posto 7B il 18/01/09 ore 20.20 ed ho pagato 7.50 €. Ero con i miei amici, servono testimoni? Ho ancora il biglietto del cinema.Leggendo la trama si nota che non c'entra nulla o quasi con quanto scritto sopra, se non per il senso del titolo in quanto tale.
     

    Agua de março

     
     
    Rivedo il prato verde fuori dalla finestra e il cielo che sembra più pacifico del bianco grigio di ieri e stamane. Da bambino mi dicevano sempre che marzo è pazzo. Questa cosa ha profondamente segnato le mie più profonde convinzioni sul clima e le stagioni. In effetti, il mondo del sussidiario delle elementari era molto pacifico, lineare, controllabile. Quasi ne provo la nostalgia. Oggi marzo è pazzo per davvero e si è passati dall'aritmetica alle funzioni aleatorie a più variabili come se nulla fosse. Mi è capitato in mano un libro di aritmetica in libreria. Come saprete il prodotto interno lordo e la domanda all'editoria è fortemente sostenuta dai miei acquisti nelle principali librerie milanesi e non. Ho provato anche lì nostalgia, una saudade, per i bei tempi dell'aritmetica. A dire il vero il libro era di taglio universitario, credo che sia stato un testo di qualche esame di matematica, però il concetto di numero naturale mi ammansuisce (mi piace questo verbo, almeno quanto "imbeluire"), come la pioggia di marzo che cade fuori alla finestra nel bianco-grigio di Milano, con gli alberi che germogliano e i prati verdi. Marzo è pazzo, non c'è che dire. E l'aria di follia del mese mi coinvolge. Si stava meglio quando si stava peggio. Non esiste più la mezza stagione. E marzo è pazzo.
    Il titolo dell'intervento ricorda una canzone di Jobim che è anche il sottofondo di una recente pubblicità dell'Eni. Se no l'autore o l'editore va a finire che si offendono. Ma tre parole su un intero vocabolario portoghese mi sembrano un po' poco per destare offesa e risentimento.
     
     
     
     
    La foto è stata scattata a Cambridge da me medesimo il 15/03/09. Ero in prossimità del Saint John's College.
    Ero lì per lavoro, l'indomani avevo una riunione presso al BPI (British Petroleum Institute). 
     
     
     

    En attendant Godot

     
     
    Waiting for Godot. Aspettando Godot. E' la nota opera teatrale di Samuel Beckett, che fa riferimento al teatro dell'assurdo. Due tipi che aspettano un fantomatico signor Godot che manda messaggi attraverso un ragazzo. Non arriverà mai mentre i due tipi lo aspettano in una scena spoglia, un paesaggio di campagna brullo nel quale c'è solo un albero a scandire il tempo. Attraverso dialoghi fatti di luoghi comuni e attraverso il non sense l'autore intende sottolineare quanto sia vuota e futile l'esistenza umana, spesso priva di obiettivi, e che trascorre così, senza che si possa fare nulla. I due tipi, Didi e Gogo, vivono nell'incomunicabilità, ognuno parla senza ascoltare l'altro e a volta i loro dialoghi fatti anche di detti popolari e frasi ovvie, hanno anche un risultato comico. God dot, ot.
     
    Ieri sera, ho ripescato la versione in inglese di questa tragicommedia di Beckett (la versione originale è in francese, perché Beckett non era scemo, come si direbbe nel paese dove il sine sona) e l'ho vista prima di andare a nanna. Mi sono venuti in mente tanti dialoghi di ogni giorno, dove la comunicazione è spesso fatta di attese del turno per potere parlare di sé senza ascoltare gli altri. Ormai mi diverto a classificare questi dialoghi tra sordi, quando capitano. dove mi diverto di più è con una delle mie sorelle. A volte mi diverto proprio a sottolineare come il suo parlare diverga dal motivo della conversazione, dall'occasione. Con lei me lo posso permettere, tutto sommato ci conosciamo da quasi trent'anni. Ci sono casi però dove non posso mettere più di tanto l'accento su come si diverga e mi tocca seguire l'altro nella conversazione. Con un collega o con un superiore non è come con la proprio sorella, compagna di mille scorribande di infanzia. Ma succede anche ad una sera alla festa con amici, dove non sai proprio che dire. O meglio, sarebbe facilissimo dire, talmente facile che si finirebbe per ripetere le parole dell'altro. Non puoi uscire dai canoni. Si parla di lavoro, di qualche viaggio, di chi compra casa e di come l'arreda. Quando torno da una festa del genere, mi ricordo perché non vado a molte feste o perché cerco sempre di frequentare gente nuova, con idee e contenuti nuovi. L'unica persona con la quale sarebbe stato interessante conversare era troppo impegnata a cercare di trovare qualcuno con cui mettere in mostra tutto il suo bel fare, i suoi interessi. E da tutto questo mi sento in colpa anche io quando parlo troppo delle cose che faccio o che mi interessano. Come questo mio intervento, dopotutto.
     
    Mi pongo però il dubbio, l'interrogativo, se ci può cercare una via di mezzo e cercare di fare cose nuove. Il fatto è che una festa o un'uscita in un locale, dove ti assordano e non permettono di fare due chiacchiere senza che l'attesa di parlare non sia di peso per troppi, non è il luogo congeniale per comunicare. Non si comunica proprio anzi il più delle volte. Eppure rappresentano una bella fetta delle occasioni in cui l'umanità che conosciamo si "conosce". Ecco perché poi si prendono colossali granchi. In tutte le esperienze, dall'andare a mensa all'uscita del sabato sera, penso che l'ideale sia avere a che fare con pochi ma buoni. Pochi scelti. Facilità nel prendere decisioni condivise, comunicazione ad alto livello dove non si aspetta semplicemente il turno per dire la propria, ma dove si scambia qualcosa.
     
    Del resto, trovare persone speciali con le quali sia possibile instaurare un vero e proprio scambio di energie e di pensieri non è affatto semplice. E' un qualosa di talmente ricercato e unico che quando si verifica bisognerebbe spendere tante energie per mantenerlo e per perfezionarlo. E' un dono del destino, del caso, del caos in cui viviamo. Bisognerebbe incontrarsi ed ammirare i flussi di energia che percorrono i pensieri in elegie di endorfine.
     
     
     
        
     
     
     

    Ni hao

     
     
    Stasera mentre andavo al ristorante giappo-cinese dalle parti di Porta Romana, davo uno sguardo ad un frasario di cinese. Per chi non lo sapesse, dopo il mio sostanziale sostegno all'editoria italiana con libri di ogni genere, sovvenziono anche corsi di lingua che escono in edicola o in libreria. L'ultimo prodigio della tecnica è il corso di cinese che compro ogni settimana in edicola. Ovviamente sono ai primi rudimenti, non riesco a stare dietro a tutte le stravaganze della mia mente, quindi acquisisco e mi propongo di realizzare questi propositi prima di morire. Stasera davo un'occhiata a frasi elementari e con somma sorpresa mi sono reso conto che i primi ideogrammi stanno diventando cosa conosciuta.
     
     
     
     
     
    Questa mania dei corsi di lingua inevasi cominciò una decina di anni fa col mitico corso di tedesco delle De Agostini, allora il cassette. Fu un'esperienza mistica a suo tempo. Feci le prime venti unità, un vero record. Le poche cose che ricordo di tedesco vengono da là. Mi affascinava questa lingua apparentemente incomprensibile ed interpretarla mi faceva sentire un piccolo esploratore del passato davanti alla sua stele di Rosetta (che finalmente ho visto). Con il cinese il meccanismo psicologico è stato più o meno lo stesso... il piacere della scoperta. In verità l'evento scatenante è stato un film di Benigni, "Il mostro", che avevo visto qualche tempo prima che in edicola vedessi il primo numero del corso di cinese. La tabellina del due detta da Benigni nel film al suo professore di cinese è stato l'evento scatenante.
     
     
     

    Elogio dell'ombra

     
     
    Il bianco e il nero. Si fondono in curve junghiane in vortici che portano prima al chiaroscuro, poi ad un entropico grigio. Il grigio resta grigio se non accade qualcosa dall'esterno, l'intervento di un Deus ex Machina che possa risolvere la situazione. Sator Arepo tenet opera rotas. Che devo dire. Ah... Homo homini lupus, dimenticavo. Il sottile limbo tra caos e il senso è molto labile. E' una manciata di sabbia cosparsa per segnare un confine e che viene vorticosamente trascinata via dai vortici del vento, figlio del tempo. A volte, guardando attorno, penso cosa ci sia di reale attorno a noi se non ci fosse la nostra coscienza a stabilire un senso. Gli animali vivono, sopravvivono, proveranno istinti ed emozioni, ma si chiedono forse perché esistono e che ci fanno ora e qui?
     
    Il bianco e il nero. Ho comprato a Londra una piccola follia. In realtà cosa da poco, ma l'idea la trovo stravagante. Ho preso un corso di calligrafia cinese. Qualche mia amica mi ha detto che mi sono bevuto il cervello, ma se devo dire la verità, era proprio buono e me ne berrei un altro se potessi averne ancora. Per chi non lo sapesse, l'arte della calligrafia in Cina è pari alla nostra arte del sapere parlare bene, la retorica. I loro ideogrammi sono un paio di decine di migliaia e ciascuno si può scrivere almeno in tre modi (tipo il nostro corsivo, stampatello, ecc) diversi. Un foglio bianco di carta di riso, o una tela fatta di seta. Bianchi, ovattati o lucidi che siano. Un solco nero irrompe nell'immutabile bianco. Lo viola. Una serie di tratti di china e nasce un'idea, un simbolo su un foglio. Un'idea ha trovato una sua manifestazione.
     
    Il bello di un ideogramma è che è vago. E' l'equivalente di un nostro segnale stradale, di un cartello. Esprime un'idea, piuttosto che una successione di sillabe che assieme danno anche cose dal significato diverso. Questa dualità mi affascina tantissimo. Da un lato l'idea che irrompe nel vuoto (chiamiamolo così...), dall'altro una codifica di altro tipo che passa prima per la parola, come può essere la pagina di un libro occidentale. Bianco e nero. Lettere stampate, ideogrammi. Ognuno ha il suo modo di dare il senso del vago. Ciascuno punta al concetto. Ma ci arrivano in maniera diversa. Un ideogramma può significare più cose, in quanto idea, la parola difficilmente ha questa ambiguità si fonda. Ma l'essere umano col discorso bypassa tutto questo.
     
    Sono stato ad una mostra di fumetti di recente, a Bologna. Proprio questo fine settimana. Mi sono sempre piaciuti i fumetti, ci sono cresciuto. M hanno sempre attratto quelli in bianco e nero, tipo della Bonelli. Una cosa che mi affascina del bianco e del nero dei fumetti sono le retinature, i tratteggi. L'idea degli spazi, la profondità attraverso una combinazione di linee. Successioni di intervalli, lineari, geometriche, casuali. Successioni sempre più fitte da sfiorare il concetto di grigio, in dipendenza del punto di vista, della distanza dalla quale si guarda. Fascino un po' come lo provo per i bellissimi chiariscuri di alcuni artisti di strada nelle più svariate piazze del mondo. Successione di pieni e di vuoti, di bianchi e di neri sempre più diffuse e continue. La perfezione sembra stare nel mezzo, piuttosto che nei bernoulliani o aristotelici bianchi e neri. Il vago attrae. E mi attrae.
     
    Il grigio è rumore. La nostra realtà è fatta di rumore al quale si sovrappongono i segnali che percepiamo. Senza un senso tutto sarebbe rumore. Il senso può dare interpretazione, erronea o meno, al rumore stesso, fino alla fatidica soglia del caos, dove nulla sembra avere senso. La realtà è fatta di tumultuoso caos e di caso. L'infinitesimamente piccolo è caotico, domino della meccanica quantistica. I microtubi delle proteine avranno un bel da fare per dare un risultato accettabile. Il giorno che una legge generale darà senso a tutto la fisica cesserà di essere induttiva. Il giorno che la teoria delle stringhe dirà la verità, allora ci sarà un'altra coscienza dell'universo e tutti dovremo essere coscienti di essere prigionieri di una fetta di pane spalmata di caos.
     
    Elogio del grigio, del chiaroscuro e del caos che lasciano adito all'interpretazione di dare nuove soluzioni che vanno oltre il bianco, il nero e tutte le loro combinazioni lineari. Dedicato a Jung e alle sue spline esistenziali.
     
    Elogio dell'ombra.
     
     

    Movimento

     
     
    Ho speso troppo tempo della mia vita a cercare di cristallizzare le cose. Me ne rendo conto tardi forse, ma i segnali che il mondo, l'ambiente che mi circonda, mi invia hanno sempre un comune denominatore che fa riferimento al concetto di movimento. Quello che sembra un massimo irraggiungibile, prima o poi diventa qualcosa di sorpassato, sorpassabile. Tutto è continuamente in evoluzione e le comode approssimazioni dove il tempo non esiste sono solo un retaggio antico dell'infanzia che si riflette tuttora sulle convinzioni sulle cose che mi circondano. Tutto si muove e bisogna essere così bravi da cogliere l'attimo, bloccare il fotogramma, mentre tutto danza attorno. Se si conosce la danza allora le traiettorie diventano in qualche modo prevedivibili e si riesce. Ma spesso le danze non si conoscono e tutto viene mosso e confuso.
    E' un periodo in cui i confini vacillano. In positivo, in verità. Ma ogni positivo si porta indietro sempre un rovescio della medaglia, altrimenti non sarebbe tale. Mi muovo e parecchio, come mai avevo fatto prima. Ma questo non ha fatto che complicare la situazione; scattare la foto non è più semplice come prima, anche se i soggetti sono molto più interessanti rispetto al passato. C'è sempre bisogno di nuova conoscenza. C'è sempre più bisogno di condizionare il rapporto col passato e dargli ora la giusta misura. Tutto è in movimento, tutto scorre, diceva zio Eraclito.
     
     

    San Gennaro