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    La pioggia di novembre

     
     
    E se, e ma
    mi pare sarà
    eppure non piove e nuvole
    non ne vedo di qua
    è una striscia di cielo
    non diversa da prima
    solo freddo d'autunno
    e bianco color di farina

    guardo sopra al sesto piano
    una goccia e poi l'altra si spiaccica in faccia
    fa un rumore di sveglia
    che tintinna sul ferro
    di una gronda lontana

    e viene la pioggia a lavare
    le macchine in fila
    gli allarmi strillare
    e bagna le aiuole spellate
    le multe stracciate
    il cielo dei bar

    sulla strada di pietra segnata
    come panforte di tagli e binari
    piove sulle varesine e gira gira
    la giostra senza fine

    cade sopra i tram che passano lenti
    di ferro e di legno pazienti
    con un occhio solo
    buoni da guardare
    dinosauri in fila ad asciugare
    piove sui pensieri dietro ai fanali
    delle tangenziali

    e bagna nei cortili i gerani
    le nere ringhiere
    le lingue straniere
    i viados di Gioia
    la casba di Buenos Aires
    le edicole accese
    le borse e le spese

    piove sulle campane
    delle pievi romane
    sulle grazie sui ceri
    sui voti e sui desideri
    cade sopra i piedi dei bambini
    che ci sono ma non li vedi
    sugli ortomercati
    dentro i fabbricati
    sopra le collette di spicci e sigarette
    su uomini e su cani
    e piove sulle urla dei villani

    sul cimitero monumentale
    sugli attacchini sugli spazzini
    sulle chiese dei filippini
    sui tavolini dei baracchini
    sui gatti tristi dentro i cortili
    sulle collane degli abusivi
    sul padiglione degli infettivi
    sopra i germani dentro i navigli

    sui treni caldi dei pendolari
    sopra i silenzi dei tassinari
    sulle africane per mezzo ai viali
    sopra i parenti negli ospedali
    e piove stasera anche sul chiuso della galera

    e venga la pioggia a Novembre
    a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.



    Vinicio Capossela
    Album: Il ballo di San Vito
    Year: 1996
    Title: Pioggia Di Novembre
     
     
     
     
    (foto: Nando Scafroglia)

    Acqua dalla luna

     
     
    Stamattina apro la consueta pagina di Google, predefinita sul mio browser, e noto il logo diverso rispetto a quello standard. È invalsa l'usanza da parte di Google di particolarizzare il logo del sito in particolari occasioni, come ricorrenze, eventi speciali. Oggi l'occasione è stata la scoperta di acqua sulla Luna. È un evento senza dubbio sensazionale, perché questo dà la possibilità di facilitare insediamenti umani sul nostro satellite. L'annuncio della Nasa è di quelli che restano nei libri di storia ed aprono nuovi orizzonti sul futuro dell'esplorazione umana dello spazio. È eccezionale vedere i progressi della scienza incidere sul nostro, o almeno delle generazioni a venire, sull'esistenza umana. Pure perché tra cinque miliardi di anni bisognerà traslocare per forza, a meno di non avere dovuto traslocare prima, da questopuntino azzurro nel cosmo.
     
     
     
     

    Il pane dei morti

     
     
    Contrariamente al tempo della scuola e a quello dell'università, il mondo del lavoro mi porta a contatto con fasce di età anche abbastanza diverse dalla mia e con persone di origine geografica sparsa sul territorio nazionale e non. Questa amalgama sociale provvede alla differenziazione e all'arricchimento in termini di esperienze e conoscenze, altrimenti poco probabile. Avere a che fare con una mater familias può portare quindi innovazioni in uno dei miei settori preferiti: quello culinario. Non si direbbe ma sono sensibile al fascino della forchetta. Ma anche del cucchiaio e del coltello (a fini alimentari). Purtroppo, in questo periodo sono in dieta disintossicante e quindi tante cose me le sono autobandite, altre ho dovuto toglierle da mezzo dopo la minaccia a mano armata della dietologa, per mantenere un'efficienza fisica che l'età avanzata comincia a compromettere. Prima dell'inesorabilità del destino fatale, mi sono messo quindi a dieta. Arriverò a Natale col preciso obiettivo dell'ingrasso tra l'antivigilia di Natale e santo Stefano. Poi i mesi nel deserto algerino contribuiranno a cuocermi a puntino.
    Devo però confessare pubblicamente una mia mancanza che potrebbe portarmi all'esecuzione sommaria da parte della dietologa. Ma per coscienza lo devo dire. La voglia di scoperta mi ha costretto ad assaggiare un dolce tipico del milanese, portato in ufficio da una collega mater familias molto brava in cucina. Ho assaggiato il pane dei morti, dolce tipico della commemorazione dei defunti, dalle antichissime origini. In un primo momento, di primo acchitto, il nome mi inquietava un po'. Immaginavo una sorta di casatiello con gustosi tocchetti di cadaveri (i famosi cadaveri squisiti dell'arte surrealista). Poi le associazioni di idee mi hanno portato a pensare alle offerte di cibo lasciate per i defunti nelle tombe etrusche, egizie e così via. Infine tutto è stato più chiaro pensando ai funerali siciliani dei film anni '70-'80 e infine alle bancarelle davanti ai cimiteri che vendevano il torrone quando ero piccolo. Dai bei tempi di Demetra al commerciale Halloween, questo dolce viene mangiato in ricordo dei cari scomparsi. Certo, ci sarebbe da chiedersi se i defunti ne trovano giovamento da questo piacere dei vivi, ma sono altre questioni. Di fatto il conto calorico è saltato e ora bisogna applicare la regola della dietologa stalinista... Stasera ceci.
     
     
     

    Un cadavere (tecnicamente lo è) squisito (a me piace molto), questione di prospettive.

     

    Padri e padroni

     
     
    Venti anni. Seguivo il telegiornale quella sera di vent'anni fa, per un noioso compito assegnato dalla allora professoressa di lettere, quando ancora i telegiornali erano seri, quantomeno avevano un minimo di autorevolezza, considerando il marciume dei nostri giorni. Le proteste del popolo avevano vinto, i tempi erano maturi per un cambiamento storico: cadeva il muro che divideva le due parti di Berlino dal 1961, simbolo della guerra fredda e della dittatura comunista.
    Ovviamente qualche giornale italiano coglie l'occasione di ricordare da oggi quell'evento, sottolineando la dittatura comunista, evidentemente per farne uno dei tanti pretesti demagogici low-cost che caratterizzano il giornalismo italiano dei nostri giorni. Giornalisti con collare e padrone. Non che io simpatizzi per gli ex-dittatori comunisti, sia chiaro, ma il fatto è che non mi piacciono neppure i dittatori liberali. Il fatto di usare un evento storico e chiamare tutti gli avversari, senza se e senza ma, con l'appellativo di "comunista", con lo scopo di limitare il dibattito politico a guerriglia propagandistica dai vaghi toni melanconico-maccartista è, non solo anacronistico, ma lede il dibattito democratico, la convivenza degli Italiani stessi. Non sono solo parole, come si usa, di moda, ai nostri tempi. Basta pensare al continuo attacco alla Costituzione (la casa degli Italiani e dei loro diritti), all'equilibrio dei poteri dello stato, al futuro di questo Paese. Se solo quei professori avessero sprecato meno tempo sul Burchiello e su qualche altro poeta dimenticato del medioevo, per qualche ora in più di educazione civica, avrebbe fatto molto di più per il vivere civile oggi. La guerra propagandistica e mediatica non ammette il senso della pietas. Millenni di cultura occidentale non contano più, siamo tornati alla morale italica degli Etruschi. Senza offesa per gli Etruschi, tutto sommato brava gente operosa e dalle radici accadico-aramaiche con occhiolino da parte dei Sumeri, la più nobile delle civiltà quando il mondo intero giaceva nella preistoria. Non c'è la pietas latina, quella cristiana viene usata solo come stemma elettorale (viva la famiglia, viva la vita, ma poi se si va a vedere chi va ad Escort Turbodiesel, chi a Trams, chi ha tre matrimoni alle spalle e quasi quasi predica del revocare il divorzio, chi si scandalizza per la pillola e poi va a puttane). Gli Etruschi non conoscevano il senso della pietas (trucidavano i prigionieri in giochi antesignani degli spettacoli gladiatori, il preferito era incappucciare la vittima legargli le mani e darle in mano un bastone, che aveva solo lo scopo di divertire il pubblico dato che con le mani legate è difficile bastonare qualcuno essendo bendati, e farla sbranare da un branco di mastini inferociti), inoltre scandalizzavano i Greci e i Romani per i disinibiti costumi sociali, come ad esempio nei banchetti. A questi prendevano parte anche le mogli oltra che agli uomini che potevano fare sesso con prostitute in loro presenza. Le mogli però potevano fare sesso solo coi rispettivi mariti. In questo erano retrogradi rispetto agli odierni costumi italici, tra prostitute sacre (ordinate dai mass-media e dai rotocalchi scandalistici che sembrano avere più autorevolezza della Gazzetta Ufficiale) e transessuali traditori. Costumi ed etica dei nostri tempi, tra i nostri capi di ogni origine e schieramento. Ognuno ha l'etica che si merita, come avrebbe detto Aristotele dopo una abbondante peperonata in una sera di fine estate. C'è da chiarire solo chi ha fornito i peperoni ad aristotele prima del tempo. I soliti servizi segreti deviati (causa lavori in corso tra Loreto e Turro) o la magistratura comunista... E ora assistiamo sui giornali e in tv a guerre nello stile di zio Paperone e Rockerduck in attesa che i paperolesi si armino di badile e spingarda per ritrovare serenità e un valido futuro davanti a sé. Il giorno in cui si butteranno i telecomandi nei piloni di cemento del ponte sullo stretto (questa mi sa che me la frega Bersani... Samuele) e ci si liberarerà del grande fratello (quello di Orwell...) non sarà mai troppo tardi. Ma il nostro di muro è in piena erezione. Colpa del Viagra.
     
     
     

    Storico graffito sul muro di Berlino.