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E se, e ma mi pare sarà eppure non piove e nuvole non ne vedo di qua è una striscia di cielo non diversa da prima solo freddo d'autunno e bianco color di farina
guardo sopra al sesto piano una goccia e poi l'altra si spiaccica in faccia fa un rumore di sveglia che tintinna sul ferro di una gronda lontana
e viene la pioggia a lavare le macchine in fila gli allarmi strillare e bagna le aiuole spellate le multe stracciate il cielo dei bar
sulla strada di pietra segnata come panforte di tagli e binari piove sulle varesine e gira gira la giostra senza fine
cade sopra i tram che passano lenti di ferro e di legno pazienti con un occhio solo buoni da guardare dinosauri in fila ad asciugare piove sui pensieri dietro ai fanali delle tangenziali
e bagna nei cortili i gerani le nere ringhiere le lingue straniere i viados di Gioia la casba di Buenos Aires le edicole accese le borse e le spese
piove sulle campane delle pievi romane sulle grazie sui ceri sui voti e sui desideri cade sopra i piedi dei bambini che ci sono ma non li vedi sugli ortomercati dentro i fabbricati sopra le collette di spicci e sigarette su uomini e su cani e piove sulle urla dei villani
sul cimitero monumentale sugli attacchini sugli spazzini sulle chiese dei filippini sui tavolini dei baracchini sui gatti tristi dentro i cortili sulle collane degli abusivi sul padiglione degli infettivi sopra i germani dentro i navigli
sui treni caldi dei pendolari sopra i silenzi dei tassinari sulle africane per mezzo ai viali sopra i parenti negli ospedali e piove stasera anche sul chiuso della galera
e venga la pioggia a Novembre a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.
Vinicio Capossela, Pioggia di novembre, Il ballo di san Vito 1996

Ghetto EbraicoVia dell'Inferno Bologna, Emilia - Romagna 40126 The
Jews were already present in Bologna in the 12th century, and they
built this ghetto c.1556. They were segregated in this district which
had to be entered by the means of two large walls full of portals in
Via Zamboni and Via Oberdan. The architectural enviroment in the ghetto
has conserved intact the evocative nature of the narrow, labyrinthical
streets such as the Via dei Giudei (the street of the Jews), Via
dell'Inferno (Hell Street), and Via Valdonica, etc. There is a memorial
stone on number 16 Via dell'Inferno to commemorate the Synagogue, and a
multimedia Jewish Museum was opened on Via Valdonica.
Review © 2007, Wcities
Grazie a Manù che mi ci ha portato a settembre dello scorso anno, questa foto è anche sua :)
L'esperienza del trasloco di ufficio è stata una lezione di vita che mi ha condotto a nuove riflessioni sull'essere umano e la sua traviata natura. Azioni complesse gestite da menti complesse possono portare a risultati imprevedibili. Il rumore è causa di disordine e generatore di caos. Cento galli a cantare non sorge mai giorno. Il solito principio di indeterminazione che è dietro alla conoscenza e all'essere delle cose. Mi viene in mente quindi che se cerco di conoscere bene una persona, non posso fare a meno di perturbare il suo essere in relazione al fatto di avere un contatto con essa. Un po' come le tribù primitive delle isole Andamane che sono lasciate ed isolate apposta sulle isole sperdute affinché non passino bruscamente dalla loro età della pietra alla globalizzazione. Globalizzazione, pfui, lasciamo stare, è una fregatura come tante altre. Come la chimera della mobilità sociale, almeno qua da noi. Da questo discorso da lambrusco e popcorn emerge che l'indifferenza e la strafottenza preservano l'essenza. Specie delle persone abbiette e immorali. Un mondo senza memoria cade negli stessi errori. Così pure le persone. Non bisogna mai dimenticare le esperienze, anche se ci hanno fatto soffrire in passato. Ma queste sono divagazioni, divergenze e pure rotori.
La mia vecchia scrivania era appartenuta in passato a diverse persona e ciascuna ha lasciato una propria traccia. Mi sono divertito a pensare l'utilizzo quotidiano di quegli oggetti da parte loro, un po' come può fare un archeologo con manufatti provenienti da un lontano passato. Delle chiavi e dei lucchetti di una bici che forse non esiste neppure più. Righelli, squadre e carta millimetrata. Cassette, floppy disk, orari del bus di qualche decennio fa. Ora con la nuova scrivania sono io ad essere il primo e a dovere trasmettere ai posteri il mio essere, la mia vita, ammesso che abbiano la sottile accortezza di accorgersi che quegli oggetti sono testimonianze di una vita e non solo roba vecchia da buttare via. Come quando si passa davanti ai cassonetti e si vedono vecchi quadri, vecchi libri, buttati via, magari alla morte di qualcuno. Mi chiedo che fine faranno mai i miei adorati libri un giorno.
Ordine. Compio un lavoro per vincere l'entropia. Una scrivania, un armadio, una sedia, tre scatole e un quaderno di appunti vitali. Questo insieme discreto di oggetti deve essere trasportato da un luogo A ad un luogo B a meno di un chilometro di distanza tra loro, nello stesso complesso, ma in un altro edificio. Il numero di uffici da trasferire è circa una decina. Si tratta di un omeomorfismo più o meno abbastanza semplice, purché si sappia quello che si deve fare, si sappiano identificare gli insiemi e conoscere le esigenze delle persone. Queste due clausole diventano il più potente generatore di caos qualora tutta la faccenda sia gestita con un paio di dadi, una clessidra del Pictionary e una tamorra da tarantella. Uno non pretende uno stratega come Luttwak ad organizzare il tutto e complesse operazioni di analisi di cluster, ma il buon senso che dovrebbe essere dato in dotazione ad ogni essere sciente della terra che si trovi a fare un determinato lavoro.
Il generale Belisario è tornato tra i vivi. Più che una resurrezione o una reincarnazione, mi piace pensare ad un trasferimento di ricordi ed esperienze, un po' come la reminiscenza degli Highlander. Il generale Belisario fu un grande generale bizantino sotto l'imperatore Giustiniano (simbolo dell'autorità che interviene con le leggi per conservare la comunità
degli uomini, secondo Dante) che nel quinto secolo dopo Cristo si trovò ad affrontare i Goti in Italia (espugnò anche Neapolis occupata dalla soldataglia gotica attraverso un passaggio nell'acquedotto greco sotto la città), in quelle che la storia ricorda come il più sanguinoso scontro di civiltà dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Il generale Belisario rivive nelle spoglie mortali del mio nuovo collega di ufficio. Per organizzare il trasloco di ufficio suo (ma anche il mio... lasciamo stare) ha elaborato strategie degne delle guerre gotiche. Ovviamente tutto quello che lui ha elaborato non è stato preso assolutamente in considerazione da chi di dovere.
Un generatore di variabili pseudocasuali non avrebbe potuto gestire peggio il trasloco di quanto sia stato effettivamente fatto. Prese montate sulla parete sbagliata, scatoloni di libri e raccoglitori (con tanto di etichette, frecce e nomi scritti con caratteri fluorescenti) sono finiti al posto sbagliato, mobili vecchi messi in ufficio per poi ritoglierli e mettere il nuovo mobilio dopo due settimane neppure. Belisario andava avanti e indietro per i corridoi con fare peripatetico. Credo che abbia prodotto bile a sufficienza per fare un ottimo pigmento verde per affreschi esoterici del principe di San Severo.
Alla fine della fiera, gli uffici sono stati riarrangiati in maniera abbastanza jazz. Belisario ancora è fiducioso che gli mandino squadre di elettricisti, di facchini e nuovi armadi. Credo che farà prima a tornarsene a Costantinopoli. In tutto questo io me lo devo sorbire ogni giorno. Sovente io non sono in ufficio. Sovente sono nell'ufficio del mio capo. I suoi folli piani di riarrangiamento "friendly" del mobilio mi annoiano, specie di lunedì mattina. Manca solo che chieda di abbattere qualche parete e di mettere una serie di serigrafie da studio dentistico. Mi chiedo perché abbia deciso di fare l'ingegnere e non l'arredatore di interni.

I'd rather be a sparrow than a snail Yes I would, if I could, I surely
would I'd rather be a hammer than a nail Yes I would, if I only could, I
surely would
Away, I'd rather sail away Like a swan that's here and
gone A man gets tied up to the ground He gives the world its saddest
sound Its saddest sound
I'd rather be a forest than a street Yes I
would, if I could, I surely would I'd rather feel the earth beneath my
feet Yes I would, if I only could, I surely would
Simon & Garfunkel, El condor pasa

Autumn wind mountain's shadowwavers.Issa Kobayashi Vento d'autunno l'ombra della montagna tremola
Un
tempo, i mobili li costruivano belli massicci. A casa mia c'erano
mobili in legno massiccio, durissimo. Erano esemplari davvero robusti
ed indistruttibili, tanto che più di una volta mi sono ritrovato,
bambino, sanguinante dopo uno scontro con tali mastodonti. Mi piaceva
da piccolo fare l'acrobata e spesso, all'insaputa dei genitori, mi
lanciavo dall'alto del comò sul letto dei miei in salti spericolati. Da
bambini non si ha la percezione del pericolo e la vita sempre debba
durare all'infinito. Il duro monito, sulla perniciosità del legno
massello e degli angoli troppo acuti, me lo diede più di una volta il
letto dei miei che aveva spalliere appuntite quasi come una vergine di
Norimberga. Una volta andai in ospedale con la testa aperta, altre due
volte i miei genitori fecero da soli: avevano appreso l'arte dei punti
a farfalla da una vicina infermiera che era venuta per qualche tempo a
vivere nell'appartamento vicino al nostro, grazie ad interventi su mia
sorella, tre volte in disastro "aereo" dal comò all'infido letto. Col
tempo, l'economia globale è cambiata e il legno massello è diventato un
qualcosa di impraticabile per l'arredamento delle case, spesso dei
giovani. Oggi c'è la tendenza al nido Ikea. Ognuno può cambiare
l'arredamento di casa a prezzi molto più contenuto, anche se a scapito
della qualità, montandosi da solo l'armadio in casa. In effetti, io
adoro il concetto di Ikea! E' un'idea geniale quella di potere
riarredare casa con un basso impegno economico. In questo modo, anche
chi vive fuori casa da poco, come me, può crearsi un proprio ambiente
sul quale potere fare affidamento. Certo, io che sono sempre stato un
appassionato di mattoncini Lego faccio ben poca fatica ad adattarmi al fai da te.
Però qualche mio amico ha avuto alcune divergenze con l'armadietto
appena comprato. Il fatto è che gli armadi di Ikea richiedono un po' di
attenzione nel loro montaggio, perché non sono, come dice Shigeo Shingo in un libro che io adoro, sistemi Poka-Yoke,
come li chiamano gli amici giapponesi. Non sono sistemi a prova di
errore come le sorprese dell'ovetto Kinder. Quindi, se uno non è
attento, può montare un qualche pezzo al contrario e poi, per
smontarlo, sono dolori da parto di idee malsane. Sullo stile di Atena,
ma molto molto malsana. Una volta un mio amico, dopo avere montato
l'armadio Ikea, applicò qualche chiodatura qua e là per renderlo più
robusto. Solo dopo una scatola di chiodi e il martello incandescente si
rese conto di avere montato l'armadio col pannello di fondo al
contrario. Dal lato visibile si vedeva il truciolato e contro il muro è
finita la parte rifinita. Inutile dire che, per la quantità industriale
di chiodi conficcati, l'armadio è rimasto così come è stato inchiodato.
Anzi, è stato anche inchiodato contro il muro per evitare che si
inclinasse pericolosamente e forse anche per evitare che qualcuno si
renda conto del drammatico errore commesso nella fase di montaggio.
Anche il mio coinquilino dirimpettaio ha rischiato di commettere gravi
errori nella fase di montaggio del suo letto imperiale made in Ikea. Ci
sono voluti due ingegneri per rimediare all'errore commesso, che hanno
applicato svariati sistemi per la riestrazioni dei perni ciechi. Alla
fine sono (ehm, siamo) riusciti ad estrarli con le vibrazioni. Uno mica
studia ingegneria così. Bisogna avere il proprio stato di disagio
interiore per potere affrontare questo tipo di studi. Quindi, i
signori magnati svedesi dell'Ikea dovrebbero assumere qualche esperto
di produzione che approfondisca le tematiche di montaggio a prova di
errore e le tematiche Poka-Yoke. Nell'introduzione di quel famoso libro
che ho citato (Il sistema di produzione Toyota) l'autore parla di un
aneddoto molto buffo. Un giorno si recò in uno stabilimento giapponese
e vide sulle scatole tre tipi di disegno: su alcune c'era disegnato un
pollo, su altre un ombrello, su altre ancora qualcos'altro di
differente: Shigeo chiese il perché di quei disegni e di cosa
contenessero le scatole. L'addetto responsabile rispose che in quella
col pollo c'erano degli ingranaggi di un certo tipo, per cambi, in
quello con l'ombrello un tipo di albero da montare al piantone dello
sterzo e nelle altre dei piedi di biella. In quel modo gli operai
avrebbero portato a destinazione più facilmente le scatole col pollo
piuttosto che quelle con l'ingranaggio indicato da un codice a loro
incomprensibile. Un sistema Poka-Yoke, in pratica a prova di errore,
per non dire altro. Tali sistemi di spostamento e di movimentazione
sono sempre più diffusi, tranne che a lavoro da me. Per un trasloco di
una decina di uffici è successo l'indicibile per la disorganizzazione
che ha avuto modo di manifestarsi e che ha inquietato il mio animo
sensibile come potrebbe farlo uno spettacolo di teatro Nō giapponese dopo un luculliano cenone di Natale dove gli stinchi di maiale hanno prima ballato il tip-tap come Fred Astaire nel piatto e poi, nella pancia, hanno preso a cantare Gigi D'Alessio
con l'accompagnamento dei broccoli nelle vesti della Tatangelo
diciannovenne. Ci sono state peripezie assurde con le mie trescatole
con la scritta "Marfella Stagista Podenzani" che vagavano caoticamente
per i corridoi. La scritta potrebbe indicare una piece teatrale. In
effetti, io e Delfina ci pensavamo a scrivere un soggetto e una
sceneggiatura, potremmo fare il salto di qualità. Ci metterei tutta la
mia napoletanità nello scrivere un pezzo di teatro... Per quanto sia
timido, epistula non erubescit. Per
trovare materiale importante mi sono trasformato all'uopo in ispettore
della Gestapo armato di taglierino per aprire le scatole di mio
interesse e recuperare materiale preziosissimo che poteva andare
perduto inesorabilmente. Questo per non parlare del mio nuovo
compagno di ufficio che per disporre i mobili ha elaborato un algoritmo
con tanto di formine di cartone Bristol ritagliato a sagoma di mobilio
su carta millimetrata per studiare le disposizioni più user-friendly.
Il mio tutor quando è entrato ha notato la perfezione della
disposizione del mio ufficio, rimanendo estasiato. La cosa divertente è
che da lunedì si ricomincia perché a sorpresa ci sostituiscono il
mobilio. Mobilis in mobile...
Tutto riprende da capo. Il mio collega di ufficio ha già studiato come
Cesare gli schieramenti degli eserciti presso Farsalo. Sulla sua
scrivania ci sono le disposizioni possibili e, udite udite, le
procedure di sostituzione del mobilio, con l'ordine di uscita e di
entrata dei nuovi mobili. Spero ci sia lui lunedì, non ho voglia di
farmi prendere per il cubo dai facchini. Eccetto il mio complesso
compagno di ufficio (ha una parte reale ed una immaginaria, tanto da
parlare da solo in ufficio...), non sarò l'unico nel calderone del
nuovo trasloco. Solamen miseris socios habuisse malorum. E comunque sia... Primum vivere, deinde
philosophari. Cattivi cani gli ingegneri... Scrivo, in effetti, pensando ai versi del Deuteronomio, 19-21, Occhio per occhio, dente per dente.
"Occhio al quadrato, dente al quadrato" risponderebbe un vero
ingegnere. Così qualcuno di mia conoscenza smette di fare citazioni in
latino al telefono. Poi vi racconterò le peripezie e le odissee di quel
che avverrà lunedì. Una poesia, un haiku, del poeta giapponese Issa Kobayashi (sarò banale, ma è il mio poeta giapponese preferito) per chiudere...
Tada oreba Oru tote yuki no Furi ni keri
C'ero soltanto. C'ero. Intorno mi cadeva la neve.
Fa
freddo e la neve verrà. Ne sono certo. Da stasera guardate con il
dovuto rispetto il vostro mobile Ikea. Nella peggiore delle ipotesi, se dovesse fare freddo, può sempre alla fine della sua breve vita finire a darvi
tanto calore. Sono molto affettuosi, un po' come i cani, anche quando vengono portati al guinzaglio per la tangenziale e lasciati alla piazzola di sosta. Anche davanti alla crudeltà del padrone non si perdono d'animo e tornano prima o poi a casa propria. (NB.- è solo una metafora). Mi sembra che qualcuno abbia suonato al campanello... potrebbe essere l'armadio che ha buttato via qualche mese fa, tornato scodinzolante. E ora mambo... Ho in testa questa
canzone con Silvana Mangano che balla nel film Anna ed è tutta colpa di
Nanni Moretti e il suo Caro diario... Ah ah ah...
Se il filmato non viene caricato clicca qui. Se non funziona neppure così, pazienza.
Questo è un meme. Questa è una confessione in piena regola. Ogni blogger invitato al meme non può sottrarsi, pena l'anatema. Bisogna rispondere alle domande sul proprio blog (possibilmente fatemi sapere che avete risposto...) e poi propagare a vostra volta il meme presso i vostri contatti...
Le domande cui rispondere sono:
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Perché sono un blogger e come è nato tutto?
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Qual è l'intervento di cui mi vergogno?
-
Qual è invece quello di cui vado fiero?
Mobilis in Mobile è il mio primo (attualmente unico) blog che dal 2 febbraio 2006, ore 22 circa, allieta la rete quasi quotidianamente con i miei pensieri, le cose che mi colpiscono che trovo in giro, le mie foto, le chiacchiere virtuali con gli amici oltre il monitor, un po' come una finestra virtuale sul vicolo che dà poi sul corso principale, dove passa internet. Il nome del blog è ispirato al Nautilus del libro di Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari. Il motivo è perché mi occupavo ed occupo di fluidodinamica, stavo vivendo i primi giorni della mia vita on my own, e quindi l'idea di un prodigio tecnologico sommergibile dal fascino letterario era l'ideale per il mio blog che vedevo allora come un mezzo per raccontare ai miei amici lasciati a casa dove fossi e cosa facessi. Mobilis in Mobile è nato a Pisa, a Piazza dei Cavalieri 11, a palazzo della Carovana, sede della prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa. Erano i primi giorni di quella che è la scuola di specializzazione in Scienza degli Idrocarburi di ENI SpA che ho frequentato per due anni e che sta per volgere oggi al termine. Nacque come una sorta di lettera pubblica verso i miei amici, una lettera ipertestuale. La decisione fu così repentina, non sapevo neppure cosa fosse un blog. Mi ritrovai all'improvviso blogger senza saperlo. La prima persona a commentare è stata Cristina, mio Virgilio nella scuola di specializzazione, sin dall'inizio a tutt'oggi. La prima blogger ad approdare sulle mie pagine cominciando a tessere elogi verso quello che scrivevo fu Stefania. La prima volta che ho realizzato di essere un blogger è stato quando ho cominciato a partecipare ad iniziative come, interagendo con il contesto in maniera molto più attiva rispetto a semplici commenti, come contest, iniziative. Anche quando attraverso il blog ho conosciuto nuovi amici coi quali ho cominciato a condividere pensieri, parole ed emozioni, fino ad arrivare ad innamorarmi di una persona virtuale, sentimento trasposto nella realtà in seguito. Ho raggiunto l'apoteosi organizzando il contest dei Feaci, esperienza estremamente istruttiva. Anche io come Mauro, ho vissuto la fase delle classifiche. Ormai mi è venuta la nausea di indici e di classifiche, voglio una dimensione vera, fatta di persone, cose semplici ed amicizia.
Per quanto riguarda il meme ci sono altre due domande: il post di cui mi vergogno e quello che mi esalta. Risposta una facile ed una difficile. La facile è che non mi vergogno di quello che firmo (che uomo...) e la difficile è che ce ne sono tanti che mi esaltano tra i miei post (sono un esaltato...).
Ho colto l'iniziativa (mi ha nominato) da Mauro, trasmessa da Captain Charisma.
Nomino: Klo, Donatella, Kalispera, Martina, Giulia, Michele, Alessia, Gota de Lluvia, Daniela, Dina, Federico, Marghe, Eugenia, la Sò, Ossimorosa, Enripoppins, Francesca, Signora dei Sogni, Francesca Rovereto, Nera, Fab, Lucianina, Lau, Koi, Artemide, Oceano, Martruzza, Flavia, Luna, Soleluna, Nicla, Carla, Mary, Grilloubriaca, Cos'è un nome pubblico, Eleonora, Sweet Heart, Phrasiklea e ovviamente Cristina che ho citato su. Tutti quelli che hanno piacere e voglia a partecipare e che la mia bassa memoria ha negligentemente dimenticato, sono i benvenuti... Lysida non c'è solo perché ha frantumato il suo bellissimo blog, come uno specchio.

Segnali di fumo
Hanno sinora raccolto il meme: Eugenia, Nicla, Michele, °KOI°, Soleluna, Federico, Fab, Marghe, Marilù, Sweet Heart, Dolcenera, Signora dei Sogni, Donatella, Carla, Martina, Gota de Lluvia, Mary, Nera, Francesca, Enripoppins, Luna
I soldi non fanno la felicità. Però aiutano, senza dubbio. Conosco però alcune persone che hanno fatto dei soldi l'unica ragione d'essere. Chissà quale sarà mai la chiave psicologica della tirchieria? Chissà se proviene da un senso di insicurezza della vita o se si associa alla brama di potere e di conquista, al senso della sopravvivenza e all'istinto.
La figura più drammatica sotto questo aspetto è quella del pezzente salito, come si dice a Napoli, ovvero una persona non abbiente che col sacrificio, a volte estremo, o per una botta di fortuna diventa abbiente. E' la tipica persona che non fa del bene a nessuno ed è pronto a sfruttare i suoi ex consimili pur di mantenere la propria posizione di privilegio acquisita. Ne ho conosciuti tantissimi, specie quando sono andato a lavorare in ristoranti e pub dei Campi Flegrei, terra del mito e di antiche vestigia della Magna Grecia, quando studiavo all'università. Erano degli sfruttatori di prim'ordine, almeno quelli coi quali ho avuto a che fare io. Anche nella mia famiglia ci sono individui, seppure non sfruttatori, molto attaccati al denaro. In realtà, sono quasi tutti acquisiti e provenienti da un'area geografica bel delimitata, l'area cumana. Tanto che io li chiamo i Sanniti, per i loro costumi barbarici nei confronti della grecità di quella terra. In effetti Cuma fu invasa dai Sanniti, credo nel quarto secolo avanti Cristo. Chissà quindi se c'è un'origine genetica o, semplicemente, è l'educazione impartita, quindi motivazioni culturali. Ma a me piace pensare ad una tirchieria atavica, residente nel sangue, in modo da sottolineare la differenza con la mia grecità puteolana (scherzo...) col parentado acquisito e spesso odioso. Una curiosità: leggevo che l'origine della parola mano sia legata, oltre che al latino manus, ad un'antica radice accadica che ha come significato fare di conto... C'è qualcosa nella natura ancestrale dell'uomo quindi con l'accortezza economica...
Senza mani!
Il vocabolario dice:
tir|chie|rì|a s.f. CO 1 indole avara, gretto attaccamento al denaro: è una persona di grande t. 2 atto da persona tirchia: non ti credevo capace di simili tirchierie
etimo
tìrchio forse è lo stesso Terchio dallo spagnolo tecco ostinato, duro, onde ne può ben venire il senso di tenace del suo (v Terchio); ed altri pensa che stia per Pirchio avaro (v. Pirchio): ma tanto nell'uno quanto nell'altro caso è probabile abbia subìto nella bocca del popolo l'influsso della voce tirare, tiricchiettare.
Chi sia molto sul tirato, ed anche Avaro in modo spilorcio |più stretto e più su dicio di que' che dicesi gretto|.
Derivato: tirchieria.
In napoletano c'è il termine "purucchius" (pidocchioso) ad indicare i parsimoniosi. Nel vostro dialetto o lingua?
Sono stato da Feltrinelli qualche giorno fa assieme a Davide che è stato il weekend scorso a Milano da me. Come al solito ho rischiato il dissesto finanziario e solo il salomonico Davide ha potuto salvare la mia anima dalla cassa di Feltrinelli al Duomo. Degli otto libri che avevo scelto, mi ha consigliato di comprarne la metà, sotto la minaccia di murarmi vivo tra i saggi di filosofia e i manuali di lingue. Sono riuscito giusto giusto a comprare un dizionario di turco, oltre alle cose che mi servivano di inglese, come il dizionario per i detestati phrasal verbs americani, il forbidden English e un Collins (il terzo...) cucciolo. In verità, con un sotterfugio sono riuscito pure a comprare un saggio di Vattimo, Oltre l'interpretazione, una introduzione all'ermeneutica perché credo che un tale di nome Alessandro si sia ispirato un po' troppo in un suo libro. Alla faccia di Hegel. Tra le altre tante cose, ho visto un libro appena uscito di Valerio Massimo Manfredi, L'armata perduta, che parla dell'esercito di diecimila Greci (Ateniesi e Spartiati) assoldati da Clearco come mercenari in una faccenda sporca in Persia, la guerra tra Ciro il Grande e Serse. Tra i soldati vi era Senofonte che poi racconterà tutto nella sua Anàbasi, il viaggio verso l'interno dei diecimila. Il viaggio verso la costa è invece la Katàbasi. Manfredi mi è sempre piaciuto come autore di romanzi storici, ne ho letti tanti di suoi libri, anche se qualcuno ha avuto da ridire su questa mia preferenza. De gustibus ingegnerorum. La mole di libri al mio seguito diventa sempre più imponente. E' un po' come se fosse la mia corte di dignitari ed io il Re Sole. Questo sempre per non essere egocentrici. Ma tutto sommato sono un uomo del sud e quindi uomo di comprovate qualità morali e di onore. Non come alcuni uomini del sud che usano la bocca per inventarsi strane storie e che parlano parlano, ma alla fine parlano così tanto da avere due bocche come i granchi. Coi granchi ci si fa il sugo, valgono per la salsa, come si dice a Napoli. Vorrei fare una citazione gratuita in latino a questo punto, ma evito, altrimenti qua facciamo la sagra del merlo e dell'allodola. Questo intervento necessità di un'analisi semiologica accurata mi sa. Ma stanotte sono così, visionario e cuoco specializzato in pesci e crostacei. L'amido di patate, a proposito, è una genialità per cucinare zuppe di pesce e molluschi bivalvi. La paglia per le code all'uopo è già pronta. A proposito di uomini del sud, devo fare come Mauro e censire d'urgenza tutti i libri al mio seguito. Sempre più spesso rischio di comprare qualche libro che ho già comprato e non ancora letto. Temo prima o poi di fare l'angosciante scoperta di due libri uguali nel mio armadio di casa Cupiello. Il censimento e l'organizzazione del tesoro del Re Sole è necessaria in viste di mie Anàbasi e Katàbasi per l'Italia. E' tempo di decisioni e di migrazioni.
Mendaci dichiarazioni
Moto browniano, particelle di polline, pulviscolo londinese. Un frammento della Sfinge e altro sospesi in acqua...
Provo sdegno verso alberi e fogliami, foreste onnipossenti. Mi invita una terra spoglia, senza tracce di vita. Uguali l'uragano e il tenue soffio di vento... mi tentano paesaggi, senza alcuna idea di movimento... dove l'immoto echeggia - riposi.
Franco Battiato, Moto browniano
La grande enciclopedia alla voce matrimonio decreta che "il riconscimento giuridico, in uno stato laico e democratico, risponde a basilari principi di equità"
La Treccani "riconosce" le unioni di fatto Scoppia la polemica, Cdl all'attacco
di ALESSANDRA LONGO (tratto da la Repubblica)
ROMA - Andate alla voce "matrimonio" della Treccani e scoprirete
che mentre il Parlamento italiano è ancora incartato tra ex Pacs, ex
Dico, ora Cus (Contratti di Unione solidale), la Grande Enciclopedia
Italiana ha già fatto i conti con la realtà, e con il dibattito
europeo, decretando che il "riconoscimento giuridico" e la tutela delle
unioni di fatto rispondono, "in uno Stato laico e democratico, a
basilari principi di equità sociale".
Apriti cielo, secondo il centrodestra, anche la Treccani è passata col
nemico. È bastato che le agenzie di stampa riportassero ampi stralci
della recentissima voce curata da Alessandra De Rose, per la settima
appendice all'Enciclopedia (aggiornamento in due volumi diretto dal
filosofo Tullio Gregory), ed ecco partire un imbarazzante fuoco di
sbarramento proveniente soprattutto dalle trincee di Forza Italia e
dell'Udc.
I curatori l'hanno spiegato chiaramente: non avevano, e non hanno,
nessuna intenzione, parlando di coppie di fatto, "di intaccare in alcun
modo l'istituto del matrimonio e il principio del favor matrimonii", la
loro è una autorevole presa d'atto dei tempi che cambiano. Il
matrimonio, visto dalla Treccani (ma anche da tutti i laici di questo
Paese), non è l'unica "modalità prevalente di vita di coppia", come lo
è stato fino alla metà del XX secolo. Col passare degli anni, leggiamo
sulla Treccani, "la posizione di monopolio" è andata incrinandosi.
Semplicemente si sono affermate forme "di costituzione della famiglia"
diverse.La Treccani fornisce le cifre: le unioni di fatto sono passate dall'1,8
per cento (biennio '94-'95) al 3,6 per cento del totale delle coppie
nel 2001. Dati oggettivi, fenomeno sotto gli occhi di tutti come lo è,
sottolinea l'Enciclopedia, la constatazione che solo pochi Paesi, tra
cui l'Italia, sono indietro nel cammino di riconoscimento pubblico
della famiglia di fatto con l'equiparazione giuridica alla famiglia di
diritto, ossia quella fondata sul matrimonio. Analisi peraltro cauta
che considera "lontana e, forse, considerate le condizioni sociali e
culturali, neanche opportuna, l'introduzione di istituti "sconvolgenti"
come il matrimonio tra gay".
Eppure, Isabella Bertolini, fedelissima del pluriammogliato Berlusconi,
strilla indignata: "Anche la Treccani è diventata strumento di
propaganda!". Le danno man forte Luca Volontè, capogruppo Udc alla
Camera, che parla di "una scelta fuori luogo fatta dall'Istituto
diretto dal professor Francesco Casavola" e il forzista Maurizio Lupi,
convinto di trovarsi di fronte ad una tipico caso di "genuflessione al
laicismo".
Barbara Pollastrini, ministro per le Pari Opportunità, in riunione con
i suoi collaboratori, legge le dichiarazioni e si limita ad un commento
amaro: "Ancora una volta la cultura e la società sono più avanti della
politica e delle istituzioni, nell'analisi del senso comune, nella
visione della società. Dobbiamo essere noi a colmare questo ritardo".
Rina Gagliardi, senatrice di Rifondazione, sorride dell'indignazione
degli avversari, di quel sospetto di una Treccani addirittura
"comunista": "L'Enciclopedia fa il suo dovere, registra la realtà.
Certo, alle gerarchie ecclesiastiche e ai teodem piacerebbe che
rimanesse ferma al Medioevo".
È sera quando, negli uffici dell'Enciclopedia, arrivano telefonate,
richieste di commento. Sconcerto, imbarazzo, fastidio. Il professor
Gregory liquida il surreale polverone: "Noi al servizio della
propaganda? Respingo queste accuse al mittente. Noi garantiamo sempre
il massimo livello scientifico e siamo sempre e solo al servizio della
cultura". (9 novembre 2007)
Come la luce di una stella lontana che ci racconta il suo passato, è comparsa una e-mail nella mia casella, qualche giorno fa. Un messaggio da un passato remoto dimenticato. L'ho persino dimenticato a coniugare. Un messaggio rivolto a più persone, una classica catena di Saint Antonio (Texas). Il mio nome però non sarebbe dovuto esserci lì in mezzo per quello che è accaduto in un lontano passato. E invece è lì, chissà se per errore o per atto dovuto, dopo anni e anni di silenzio. Vergognoso silenzio. Imposto e rispettato alla lettera. Condanna all'indifferenza a vita per volontà di un dio. Una spiaggia, il suono macilento della risacca sullo sfondo buio, una festa di laurea, un dolore perfetto. Un nome: Giano. Bel nome. Fosse stato Gianni sarebbe stato molto più ottimista sul futuro e sulle persone. Invece Giano ha aperto le porte ad un esito imprevisto negli eventi di allora. Giano non sono io, fortunatamente, col senno di poi. Una telefonata, una corsa folle verso l'ignoto, coi tacchi che affondavano nella sabbia. Metafora di inadeguatezza e di un momento proprio inopportuno. Tutto quello che stava accadendo era un'assurda natura morta messa assieme dal più cinico dei casi che aveva deciso quella sera di giocare a Risiko con le nostre vite. Giano aveva aperto le porte del suo tempio. Il patto dei lupi, il proclama, la sentenza senza possibilità d'appello. Morte. Morte di un'amicizia. Perché intesa come minaccia da parte dell'ottimismo dal passato polveroso e cupo. Sarebbe bastato parlare ed essere chiari sin dall'inizio e niente di tutto quello sarebbe stato così. E invece l'affidamento al caso, alla Divina Provvidenza, all'indeterminazione tipo Heisenberg. Quantità di moto e posizione si fanno le scarpe a vicenda per sistemi molto piccoli, talmente piccoli da risultare insondabili. Mi ritrovai solo nel peggiore momento della mia vita. Una catena che appare e che parla di Provvidenza, di fratellanza, di rispetto. Una sola domanda nella mia testa: "Ma ha le pigne in testa?". Errore umano o volontà inconscia. Volontà repressa o pentimento. Il tempo passa, l'acqua scorre, tutto cambia. Non è colpa mia se esiste l'entropia. E' tardi per tutto ormai, siamo più lontani di due perfetti sconosciuti. La riflessione, il pensiero, la decisione. Elimina. Svuota cestino.

- Anima pura come un'alba pura,
- anima triste per i suoi destini,
- anima prigioniera nei confini
- come una bara nella sepoltura,
-
- anima, dolce buona creatura,
- rassegnata nei tristi occhi divini,
- non più rifioriranno i tuoi giardini
- in questa vana primavera oscura.
-
- Luce degli occhi, cuore del mio cuore,
- tenerezza, sorella nel dolore
- rondine affranta nel mio stesso cielo,
-
- giglio fiorito a pena su lo stelo
- e morto, vieni, ho spasimato anch'io,
- vieni, sorella, il tuo martirio è il mio.
Sergio Corazzini, Invito, L'amaro calice 1905

Una sarta manichea è una figura che mi affascina al solo pensiero. Il Manicheismo si basava sulla netta divisione della realtà in due principi
opposti in lotta tra loro: il Bene ed il Male, o meglio, la Luce e le Tenebre.
All'origine dei tempi il regno delle tenebre invase il regno della luce e, dalla
loro commistione, ebbero origine il mondo e gli uomini. I due principi, quindi,
coesistono negli uomini, la cui unica possibilità di salvezza consiste nel
separarli completamente, in modo da potersi riunire con il "re della luce".Io credo che la sarta manichea distingua le persone in due categorie: gli uomini dall'orlo esterno e quelli dall'orlo interno. Le donne non lo so come le distingua, ma gli uomini credo li veda così. In realtà ci sarebbe una terza categoria che risulta però trasparente alla concezione dell'esistenza della sarta, figurarsi se manichea: quelli che dalla sarta non ci vanno affatto. Questa brodaglia primordiale, almeno nella visione della sarta, è quella che attualmente mi contraddistingue. Sempre in maglione, maglietta o magliaccia e jeans. Tutto molto astratto. Gli abbinamenti che saltano e Kandinsky che si rivolta nella tomba. Kandinsky era interessato nella Teosofia, intesa come la verità fondamentale che fa da
sottofondo alla dottrina ed ai rituali in tutte le religioni del mondo; il
credere in una realtà essenziale nascosta dietro le apparenze, fornisce una
naturale razionalità all'arte astratta. Il principio teosofico ispira anche il mio modo di vestire da due anni a questa parte della mia vita, il mio periodo pisano-milanese. C'è una verità di fondo sotto l'arancio zucca dei miei pantaloni, la maglia verde zucchino e la camicia della gendarmeria francese. Non so bene quale sia, anzi vi invito a suggerirmene una, però c'è. Ci sarà.Il problema di alcuni ruoli lavorativi è che bisogna attenersi a regole rigide di etichetta e di accettazione sociale, per dimostrare o, perlomeno, apparire affidabili. Ecco allora che risorgono gli istinti primordiali di un'epoca in cui ero definito dai miei amici, alla stregua del latino Petronio, magister elegantiarum. Le tenute imperiali col pastrano blu di Prussia allegano al mio nome il secondo, quello di Giuseppe. Ferdinando Giuseppe di Prussia. O della prussiana. Un po' troppo austro-ungarico forse... Ferdinando Carlo di Barbone, data la mia attuale tendenza semitica di tenere la barba nera e brada. Di fatto, in futuro vedo la tenuta imperiale in primo piano, con tanto di trincetto dietro gli stivali, sotto il pastrano.
Ma che cosa c'è in fondo a quest'oggi
di mezza festa e di quasi male,
di coppie che passano sfilacciate
come garze stese contro il secco cielo autunnale,
di gente che si frantuma in un fiato
senza soffrire, senza capire
e i tuoi pensieri sono solo uno iato
tra addormentarsi e morire.
ma che cosa c'è in fondo a questa notte,
quando l'ora del lupo guaisce
e il nuovo giorno non arriva mai
e il buio e' un fischio lontano che non finisce;
di minuti lunghi come il sudore
di ore che tagliano come falci
e i tuoi pensieri solo un cane in chiesa
che tutti prendono a calci.
ma cosa c'è, cosa c'è...
atrii a piastrelle di stazioni secondarie,
strade più strade di avventure solitarie,
clown della notte,
valigie vuote,
piene di trucchi per tragedie immaginarie...
telecomandi per i quotidiani inferni,
battute argute di architetti postmoderni,
amanti andate,
piaceri a rate,
pallottolieri per contare estati e inverni.
Ma cosa c'è proprio in fondo in fondo,
quando bene o male faremo due conti,
e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio
e diremo "...un momento...aspetti..."
per non essere mai pronti;
signora Bovary, coraggio pure,
tra gli assassini e gli avventurieri...
in fondo a quest'oggi c'è ancora la notte,
in fondo alla notte c'è ancora, c'è ancora...
Francesco Guccini, Signora Bovary
Judith with the Head of Holofernes 1640s Massimo Stanzione, Italian (Neapolitan), 1585–1656
Nanni Moretti in "Io sono un autarchico"
Nella testa di Seneca si sente il motorino di un frullatore. Così dice una canzone di Battisti. Tubinga. Il passaggio da Mogol alla moglie fu drammatico, mi sa. Mi vengono in mente scene morettiane anni '70, con un Nanni con baffi, prodromo degli incombenti anni '80. Penso a questo povero Lucio, al quale la moglie aveva imposto lo studio della filosofia per cantare gli ultimi album. O forse cantava e basta. A me l'ultimo Battisti piace. Non è leggero, né scanzonato, poiché passa ad un registro più aulico e cervellotico, ben lontano da quelle bionde trecce, gli occhi azzurri e poi. Quelle insomma che ho sempre cantato al karaoke negli anni dell'università alle feste e ai capodanni, senza vergogna. Un capodanno da Davide, diverso da un capodanno da Francesco quando avevo fatto conoscenza, inquietai gli astanti cantando sino all'alba. La gola non me la sentivo proprio più. Prima dell'alba qualcuno urlò: "E' l'alba!". Tutti si precipitarono fuori casa, manco ci fosse stato un movimento ondulatorio e sussultorio delle pareti di casa, lasciandomi col microfono in mano e con Davide che apriva lo scatolo per posare tutto. Da allora non ho cantato più in pubblico. Mi sento un po' Mina in questo momento. Ma sotto la doccia le soddisfazioni me le piglio con duetti stile Pavarotti and friends. Che Big Luciano abbia pietà di me lassù. Suona Keith Jarrett stasera in camera mia, il Köln Concert. Bellissimo. Indiscutibile. Su queste note di piano i miei occhi si chiudono con una inquadratura sul display del cellulare, senza chiamate, con la sua luce azzurrognola che si spegne. Buonanotte. Solo un consiglio: non chiedete mai ad un eschimese una focaccia se avete fame. Capirebbe male e voi fareste indigestione.
 Pan per focaccia
Wittgenstein, oltre ad essere uno dei miei filosofi preferiti (in realtà mi sta simpatico in maniera abbastanza innata), è il nome di un sito che visito sempre con molto piacere ed è scritto e curato da Luca Sofri. Mi piace spesso curiosare sul suo blog perché è sempre ricco di notizie curiose ed interessanti di cultura generale, spunti e riflessioni che attivano i miei neuroni.Questa volta mi ha colpito questo pezzo che parla di come l'inglese possa essere infido anche per la stampa italiana e non solo per me con quei maledetti e demoniaci phrasal verbs...
 Lo schema del pensiero di Wittgenstein espresso nel suo Tractatus logico-philosophicus
Le notizie che non lo erano (una rubrica per la Gazzetta) Occhio alle
traduzioni delle notizie che arrivano in inglese. Qualche tempo fa una notizia
d'agenzia italiana riferì che il ciclista Floyd Landis aveva sparato al suo
manager, e di sicuro era una notizia. In realtà lo aveva licenziato: “fired”, in
inglese. Ieri il sito del Corriere riferiva del ritiro di una pizza surgelata ai
peperoni dal mercato americano, perché contaminata da un batterio nocivo
all'intestino: in realtà non di peperoni si tratta, ma di un salame piccante,
che in inglese fa “pepperoni”. Mercoledì Renzo Piano ha spiegato a
Repubblica - ma senza ottenere lo stesso risalto - che il disegno che illustrava
la pagina dedicata alla protesta per il suo nuovo grattacielo torinese era del
tutto fuori prospettiva e l'impressione che avrebbe gravato come un avvoltoio
sulla Mole era piuttosto sproporzionata. Il disegno era stato prodotto dai
contestatori del progetto. Ieri molti giornali hanno riportato nei titoli la
notizia della tendenza a vietare l'uso dell'iPod durante le maratone come una
questione di “doping” (“Musica come droga”): in realtà sono in ballo piuttosto
questioni di sicurezza e assicurazioni, come spiegano i giornali americani.
Martedì un ente che si occupa di tossicodipendenze aveva diffuso un
comunicato stampa in occasione del suo congresso. Come si fa in questi casi, il
comunicato non si concentrava su bilanci, analisi, andamenti, ma su un'unica
notizia da tabloid, così ripresa golosamente da tutti i quotidiani: “Allarme
cocaina, è boom di operazioni chirurgiche al naso”. Però, senza negare che il
fenomeno possa esistere e avere una sua rilevanza, nessuno dei giornali che ne
riferiva si è preso la briga di andare a verificare se esistessero dati notevoli
o casi da raccontare. Solo “boom”, “molti casi”, “sempre più spesso”, eccetera.
Nei quotidiani italiani, ogni rondine fa primavera. da Wittgenstein di Luca Sofri * Il titolo "Travels & troubles" è un mio giochino di parole stupido di quando ero ragazzetto: avevo un corso di inglese nel quale i personaggi erano due guide turistiche che lavoravano per la "Travels & travels"; siccome il titolo era troppo poco originale e siccome accadevano sempre casini in quell'agenzia e i due tizi dovevano barcamenarsi in un'organizzazione, degna di alcune agenzie turistiche di mia conoscenza e che non cito per ovvi motivi, la chiamavo "Travels & troubles" per l'evidente assonanza tra le due parole...
In cuffia ho Cassandra Wilson, l'album è Glamoured ed il pezzo in audio che copre il russare di fondo di casa è I want more. Il sound di questo pezzo mi fa uscire pazzo, come si dice dalle mie parti. Il russare di fondo, un po' come il respiro dell'universo, mi porta alla mente le solite domande esistenziali di queste ore. Dopo avere visto Annozero di Santoro, stasera, ho deciso che se mai volessi suicidarmi un giorno, lo potrò fare molto elegantemente chiedendo un mutuo o un prestito ad una banca. Questo non mi mette di buonumore, non mi predispone a rosei pensieri sul futuro, il mio futuro, in questo posto strano. E (kai) mi viene voglia di fuggire lontano, meno lontano di quanto si possa credere e pensare, ma lontano a livello concettuale, magari sull'Isola che non c'è. Dalla Penisola che non c'è all'Isola che non c'è tecnicamente il passaggio è un istmo, una lingua di terra da tagliare per isolarsi e mandare un curriculum a Peter Pan.Cosa potrei scrivere su un ipotetico curriculum per Peter Pan... Beh lui vola, qualcosa di fluidodinamica gli potrebbe pur sempre interessare. Maledetta magia del cavolo. Ti risolve problemi di strato limite, portanza, pressurizzazione in quota come se niente fosse. Secondo me questo tipo di magia viene dalla Cina. Loro si vantano sempre di avere inventato tutto, da cinquemila anni a questa parte. La Cina che torna e rompe sempre. Per non parlare del grigio materiale del subcontinente indiano. "Che livello certificato ha per la lingua inglese?" potrebbe domandarmi Peter Pan. Al giorno d'oggi puoi essere pure una capra come ingegnere ma l'inglese lo devi sapere e anche con la pronuncia corretta del Northumberland. Tanto che viene da chiedersi se uno va a progettare qualcosa o a lavorare in un call center indiano sotto mentite spoglie.
 Mr Peter Pan però non lo vedo come serioso uomo d'affari... Troppo giovanile e con la testa fresca, avrà affidato la sua società (che diamine tratterà poi, sono aperte le discussioni su quali ipotesi di business potrebbe occuparsi Peter Pan) ad un consorzio di banche presieduto da un consiglio di amministrazione iperpagato, tanto che nel caso vi fosse la necessità di liquidarli, il povero Peter dovrebbe lottizzare l'Isola che non c'è per fare villaggi vacanze, centri amministrativi per società offshore, campi da golf a 18 buche con tanto di idoneo personale atto a recuperare le palle dalle buche medesime. Le banche divorerebbero lo stesso Peter Pan e tutti i bambini del mondo sarebbero infelici a causa dei mutui americani o dell'euro forte. Le nonne racconterebbero strane fiabe fatte da affaristi in giacche e doppiopetto cattivi pronti a mangiare i mattoni della propria casa come il mangiatore di pietre de La storia infinita. Questa volta è lui ad essersi alleato col malvagio Nulla. Si sono mangiati pure la proprietà della Principessa bambina, figurati se si tirano indietro davanti ad un generico figlio del generico italiano ex-medio. Ormai non più medio: al sangue e contemporaneamente ben cotto dal sistema, ossimoro sociale. Caro Atreo, mi sa che era meglio il Nulla. Questi il cavallo invece di fartelo annegare nella palude, gli tagliano la testa e te la fanno trovare nel letto.In questo clima di incertezza per il futuro, nel quale comincio ad intravedere divinità dell'oltretomba fatti di corpi putrescenti e menti annullate, oggi me ne sono andato in giro guardando le cose come se me le stesse commentando in tempo reale Nanni Moretti. Ho visto troppi suoi film in pochi giorni ed ora ho anche io in mente il pasticciere troskista in un musical anni '50. Magari questa volta il pasticciere pasticcione è stato mandato a Torino a fare i gianduiotti, chi lo sa. Sono proprio un cattivo cane. Comunque, i gianduiotti non mi piacciono più di tanto, preferisco il cioccolato con una certa consistenza, ma sono cosciente che i gusti anche in termini di cioccolato sono estremamente soggettivi. Per esempio adoro il cioccolato con le nocciole intere, magari quello bianco. Talmente calorico da poterci mandare avanti una centrale elettrica usandolo come combustibile, invece del carbone, visto che costruiamo in controtendenza con il mondo, centrali al carbone. La befana dovrà rivedere bene i suoi conti, alla fine i bambini cattivi potrebbero avere la meglio in termini di valore della calza. Ma si sa, le cose in Italia vanno così.Dicevo che oggi andavo in giro per una Milano riscaldata da un tiepido sole di novembre. Sole tiepidissimo, ma cosa si può mai pretendere ormai, di questi tempi e nei pressi di una stazione con un treno che corre alla spalle, in direzione diametralmente opposta. Un treno gianduia disegnato forse da Giugiaro, quello che ha fatto i telefoni e i rigatoni che non hanno funzionato perché il sugo non si attaccava, per citare Nanni. Sono andato allora ai giardini Montanelli, dove sono stato qualche tempo fa con Alessia, ritratta accanto al suo vate, e tanto tanto tempo fa per il matrimonio di Klo. Mi sono seduto su di una panchina ad osservare un bellissimo Labrador al quale mancavano solo gli stivali e poi mi sono concentrato su quello che la gente esprimeva per il cane seduto sulla panchina. Tutti erano inteneriti da quel bel cagnone, lui sì che è un bravo cane, e dal suo modo di crogiolarsi al tepore del sole, stiracchiandosi e guardando incuriosito i volti di tutti. Poi una iattura si è avvicinata alla mia panchina ed ha acceso una sigaretta.I fumatori non conoscono la fluidodinamica. Non sono coscienti del fatto che il fumo si propaghi per convezione e per diffusione nell'aria circostante. Il fatto di essere all'aria aperta li convince che ci siano correnti ascensionali che trasporti il loro particolato verso l'alto piuttosto che verso qualche cristiano che sta per cavoli suoi e magari non ha i polmoncini dalmata come i suoi. I fumatori sono mediamente scorbutici e maleducati nei confronti del prossimo. Purtroppo le sinapsi non funzionano più bene a loro e quindi inutile discutere, o uno li gambizza o non li convince. Alla fine finiscono per dirti che sono liberi di ammazzarsi come meglio credono. Bah, l'eutanasia, anche se di stato, non è una bella cosa. In segno di protesta sociale potrei cominciare a bere candeggina o ammoniaca, sulla falsa riga di Pannella, tanto un modo vale l'altro per ammazzarsi. La cosa commovente la fece mio padre che smise di fumare quando ormai non ci furono più speranze per lui. A quel punto però viene male fare battutine ironiche tipo "Vado dal tabaccaio, ti serve qualcosa?". Sarebbe stato troppo scortese e di scarsa sensibilità. Ma uno le pensa queste cose.
Caravaggio, Giuditta e Oloferne Me ne sono andato al Padiglione di Arte Contemporanea di fronte. C'era una mostra di pittori iperrealisti et similia. Mio cognato ci avrebbe sguazzato. C'erano pure un paio di quadri di Luciano Ventrone che lui adora. La mostra mi è piaciuta, ma la cosa più interessante in questi contesti sono le persone che vengono a vedere queste mostre. Due categorie mi fanno morire: i pittori in erba sfigati che hanno sempre da sottolineare con coloriti epiteti quell'arte così lontana e così non-arte rispetto alla loro; i super-esperti, o presunti tali, che vanno in giro dove ci sono gruppi per sfoggiare la loro onniscienza a riguardo. Anche l'arte sa essere apparenza, ebbene sì.Dopo un tuffo nell'arte contemporanea sono convinto che ci sia sempre il bisogno di resettarsi e quindi ho visitato subito dopo Villa Belgioioso, il museo dell'Ottocento. Per le origini napoleoniche del posto, ho messo una mano nel pastrano, sullo stomaco, a mo' di ulcerato e sono entrato fischiettando in testa la Marsigliese. La differenza di pubblico è risultata sconcertante. Mentre al PAC c'era un pubblico prettamente "contemporaneo" al museo dell'Ottocento ci si muoveva a tema e c'erano parecchie mummie degne di Champillon che vagavano per i corridoi della villa, senza degnare di uno sguardo le altre persone e parlando con la evve moscia. Dovevano essere nobili sotto formalina, chi lo sa. O forse avrò mangiato qualcosa che mi avrà fatto male, o forse il tipo al parco non fumava tabacco.Devo dire però che mi sono sentito a mio agio in quell'ambito napoleonico. Pensavo a come avrei arredato il mio studio, fossi stato davvero Napoleone. Ognuno ha i suoi problemi. E' stato molto interessante vedere Milano nell'Ottocento. Alla fine, si viveva vivendola vita come viene, come oggi del resto. Di certo quelle persone non potevano pensare "Come viviamo da ottocenteschi". Tra i tanti dipinti, parecchi di Hayez, c'era anche il ritratto di Alessandro. Manzoni, ovviamente. Verso la fine della visita ho ridimensionato le mie pretese al trono da Napoleone e mi è venuta voglia di affittare un paio di locali dell'ultimo piano della villa per farne il mio loft. Immagino però l'affitto astronomico. Una monolocale all'osservatorio mi sarebbe costato meno. Potrei sempre chiedere un mutuo... Immagino Napoleone che si presenta in banca e chiede un mutuo. Beh, lui le garanzie ne avrebbe potute dare a bizzeffe. Avrebbe conquistato un attimo Milano e nessuno avrebbe avuto più nulla da dire.Dopo, riprendendo il commento di Nanni Moretti alla mia passeggiata per Milano, mi sono diretto per corso Buenos Aires (come la Maria della colonna sonora del film di Ozpetek, Cuore sacro) e poi verso porta Venezia e san Babila. La gente guardava le vetrine, il traffico guardava i semafori ed io i tetti delle case ed il cielo. Avrei voluto fermare la signora che usciva dal negozio D&G vicino al Nuovo, dove danno uno spettacolo dei Momix, e le avrei voluto dire "Ma lo sa che la teoria delle stringhe dice che il Big Bang non c'è mai stato?", andarmene e lasciarle questo inquietante interrogativo che ha distrutto le mie credenze basilari sulla scienza moderna.Ecco che torna I want more di Cassandra Wilson... che sound, fantastico...
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