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Quattro cani per strada



Quattro cani per strada.
Il primo è un cane di guerra
e nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza.
Vive addosso ai muri e non parla mai,
vive addosso ai muri e non parla mai.
Il secondo è un bastardo che conosce la fame e la tranquillità
ed il piede dell'uomo e la strada.
Ogni volta che muore gli rinasce la coda.
E il terzo è una cagna, quasi sempre si nega,
qualche volta si dà e semina i figli nel mondo.
Perché è del mondo che sono figli, i figli.


Quattro cani per strada
e la strada è già piazza e la sera è già notte.
Se ci fosse la luna, se ci fosse la luna si potrebbe cantare.
Il quarto ha un padrone,
non sa dove andare, comunque ci va,
va dietro ai fratelli e si fida.
Ogni tanto si ferma a annusare la vita, la vita.
Quattro cani per strada e la strada
è già piazza e la sera è già notte.
Se ci fosse la luna,
se ci fosse la luna si potrebbe cantare.
Si potrebbe cantare.

(Francesco De Gregori, Quattro Cani, Rimmel 1975)








Cani di bancata


Prima che mi ammalassi a causa del freddo e dell'umidità e mi imbottigliassi in casa con questi sintomi influenzali, sono andato al teatro CRT della Triennale qua a Milano a vedere lo spettacolo di Emma Dante, Cani di bancata. Uno spettacolo in bilico tra la metafora, la prosopopea e la più totale carnalità e crudezza che invito tutti a vedere se dovesse arrivare nella vostra città. Un modo molto graffiante di riflettere sulla mafia e di cosa essa sia diventata ai giorni nostri.





Parlare di mafia e di Sicilia è un esercizio rischioso. Troppo facile scivolare nel luogo comune. Emma Dante ci ha provato. Il suo ultimo spettacolo «Cani di bancata» è una denuncia furiosa, intrisa di impegno civile, un colpo allo stomaco per il cosiddetto spettatore esigente (parafrasando il Manifesto) sulla Famiglia, Cosa Nostra. La cosca che diventa organizzazione, partito, si fa potere diffuso. Spaccato su un rituale pagano intriso di sacralità che lega gli affiliati - il sangue e i santini, il segno della croce (...«In nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito santo»)... e le pistole. Una femmina, madre, anzi Mammasantissima, cagna rabbiosa «che mostra i denti prima di aprire le cosce» a capo di un branco di figli, devoti e violenti. Il testo è complesso. La messa in scena è ricca di immagini che ricostruiscono un banchetto-rito degli affiliati, davanti a una tavola imbandita che è poi il grande ventre di Mammasantissima, il grande burattinaio che muove i giochi impersonato da una brillante Manuela Lo Sicco. Il ritmo è incalzante, anche se a tratti eccede nella retorica da cartolina di una Sicilia che ha il sapore, appunto, della mafia come il più trito e ritrito dei luoghi comuni. La piece della Dante ha un andamento altalenante, ma culmina con un'immagine forte: i cani mafiosi, politici agli occhi dei più in giacca e cravatta (come da cronaca) ma agli ordini del capo mafia Mammasantissima, che godono, culo all'aria, davanti alla visione della cartina di un'Italia siculo-centrica. E si masturbano vedendo l'Italia conquistata dagli appalti e dalla politica di una mafia che ormai è storia da colletti bianchi e che nega a se stessa perfino la sua esistenza. In una vera e propria orgia di potere. E la tragedia finisce per diventare farsa.

(da Il Sole24Ore)


Matrici singolari


Perché tu mi dicevi "poeta"? Il mio era mediocre squittire come quello di una quaglia. Una matrice di lettere che ha sempre lo stesso determinante. Parole troncate. Lettere strappate e impastate di nuovo nella farina di Sèvres. Un vortice di parole, un pensiero inespresso. Nessuno credo lo sappia esprimere. A meno che non sia un poeta. Un agnello di zucchero. Una birra, un'aspirina. Bollicine. Niente. Tutto.
La veste nera, ali di pipistrello e le labbra di sangue. Liscio candore di seta e un unico profumo. L'abbraccio affogato, il saluto, una scure che si abbatte, la lama nel tronco conficcata nel legno indurito dalle fiamme di un tempo. Lacrime di pioggia, su petali di tulipano. Profumo di nebbia e silenzio e pianto di novembre. Gufi, allocchi e civette. Ma nessuna magia a salvare un mondo. Il mio mondo. Un continuo affanno in un impero di sola fantasia. Io e l'essenza, lo specchio di fronte e un'immagine che non risponde, ma mi pone le mie stesse domande, imitando ogni movimento delle mie labbra, riflettendo ogni suono emesso dalla mia bocca. Ma sono solo ciò che spendo e spendo tutto quello che ho.


Non vuoi?

Non Vuoi?

Ah!

Ed allora di nuovo,
afflitto e cupo,
io prenderò il mio cuore
e, irrorandolo di lacrime,
lo porterò
come un cane
porta
nella sua cuccia
la zampa stritolata dal treno.

(da Matrimonio di Vladimir Majakovskij)







La regina dei Feaci


Le Muse hanno espresso il loro verdetto: è Maria la Regina dei Feaci.
La sua foto, che è quella pure più visitata in Galleria, ha ottenuto i migliori voti per un punteggio finale di 65/70 e perciò è la vincitrice del contest "Isola dei Feaci".


  

 
Al secondo posto ex-aequo con 60/70, i due vicerè: Giulio per la mimesi della pittura e Fabio per la mimesi della scultura.
 
                                                Fabio

Per la premiazione, la Fondazione Frammenti Mobili sta organizzando un Gragnano-Camp (dove camp sta per Ci Andiamo per Mangiare il Panuozzo) da tenersi nel periodo di Natale.
 
Applausi per tutti.



I quadri:

Maria1 65
Giulio GMDB 60
Fabio 60
Enrico Ventrix2 58
Donatella 58
Libero Api1 55
Giulia Solero 55
Joe2 55
Paolo Agostini2 55
Libero Api2 55
Nicla3 52
Micmonta2 52
Perlina 52
Lucia senza terra3 50
Micmonta1 50
Maria Grazia3 49
Maria2 49
Joe1 48
Enrico Ventrix1 48
Ale-Zep2 48
Lucia senza terra1 48
Nicla2 46
Maria Grazia2 46
Martina 46
Maria Grazia4 46
Sonia1 44
Paolo Agostini1 44
Maria Grazia1 44
Sonia2 44
Gian Maria 44
Lucia senza terra2 44
Ale-Zep1 43
Robba 43
Mariana 43
Andrea Opletal2 43
Sonia3 43
Nicla1 43
Stefano 43
Michela 43
Matteo 43
Nicla4 43
Andrea Opletal1 42




Inno ad Hathor


Da che mondo è mondo, da quando l'uomo ha preso coscienza di se stesso, ha costantemente ricercato di sopravvivere in qualche modo, di rendersi immortale. La carne è facilmente corruttibile. Nulla dura in eterno. Ci si inventano paradisi ed inferni per illudersi di esistere sempre. Si cerca di lasciare scolpito nella pietra un segno del proprio passaggio.
I nostri atomi saranno gli atomi di chi sarà domani. Ogni sette anni i nostri atomi vengono rinnovati e quindi se uno volesse fare il filosofo nominalista potrebbe dire di non essere più chi era prima. Pure perché il patrimonio di conoscenze, idee, pensieri, sentimenti, in sette anni varia. a volte anche drasticamente.
Sono le musiche dell'antico Egitto ad ispirarmi questi pensieri. Almeno musiche moderne che ricordano l'Egitto dei faraoni, perché quelle antiche chissà che fine abbiano fatto. Anche se poi se si ascolta una poesia d'amore di un innamorato di migliaia di anni fa ci si può rendere conto che un sentimento come l'amore sopravvive ai secoli, indipendentemente da chi lo prova.
L'amore sopravvive ai secoli. Figuriamoci a chi lo prova. La percezione dell'amore può variare, ma l'apice, l'amore in quanto tale lui resta lì, come concetto astratto che si personifica e vive ogni volta che nasce un amore vero. Il tempo non ha più senso in questo contesto. Gli anni non hanno più significato, se un pastore del Fayum al tempo dei faraoni abbia potuto scrivere qualcosa di simile al contenuto di un mio sms nel pieno di un sentimento travolgente.
E (kai) cadono gli amori, e cadono le abitudini che ci hanno legato ad un luogo e ad una persona. Cadono le statue. Ma i piedistalli no, come direbbe Baglioni in una sua canzone. E chissà che un antico ateniese non abbia cantato alla sua amata o almeno l'abbia dedicata a lei dei versi tipo: "quel suo peplo di tessuto fino, che non gliel'ho detto mai ma l'amavo tanto... e quell'aria da ninfa...". Non ricordo le parole, ma il senso è questo. Le note sono sette. Il pallone è tondo. Giro giro tondo. Tutti già per terra.
Una macchia di sangue sul piedistallo di marmo. I piedistalli fanno male. Anche ai fotografi, ma questa è un'altra storia che racconterò non ora, non qui. Le sacerdotesse intonano a Dendera l'inno ad Hathor.






Da grandi poteri nascono grandi responsabilità


Your results:
You are Spider-Man
Spider-Man
95%
Superman
80%
Green Lantern
80%
Robin
55%
Supergirl
50%
Wonder Woman
45%
The Flash
45%
Hulk
45%
Iron Man
40%
Batman
30%
Catwoman
20%
You are intelligent, witty,
a bit geeky and have great
power and responsibility.





Spero di non andare a lavorare per un'industria di caffè... o peggio fare il barista e servire Max Pezzali.




Gianni!

 
Questa è la sorgente dell'ottimismo. Qui nasce, ma non vedo molti stimoli intorno... In Italia avremo atrofismi cerebrali indotti dal pessimismo cronico e dall'assenza di buone notizie. Cominciano a spiegarsi alcune cosette...
 
 
(ANSA) - ROMA, 24 OTT - Per la prima volta sono stati svelati i "centri dell'ottimismo" nel cervello, aree già note per avere un ruolo prioritario nell'emotività. I pensieri positivi scatenano l'attività della corteccia rostrale anteriore cingolata e dell'amigdala. Neurologi della New York University, coordinati da Elizabeth Phelps, scrivono la scoperta sulla rivista Nature. Con la risonanza magnetica funzionale per immagini sono stati osservati i cervelli di volontari mentre immaginavano eventi positivi o negativi.
 
 
 
Tonino Guerra, poeta e scrittore
 
"Gianni! Fai rate per i prossimi cinque anni per qualcosa di assolutamente inutile!"
 
Parafrasando parole del passato... Gianni è un bel nome proprio.
 
 
 

Il cappotto


Sabato sera sono arrivato a Bologna. Ero partito carico di speranze e meraviglie, come sempre, tanto da sottovalutare il tanto decantato, dai telegiornali, calo di temperatura. Sono partito senza dare la conferma a chi mi avrebbe dovuto ospitare, e che poi mi ha ospitato con sua grande sorpresa. Sono arrivato a Bologna, dopo un viaggio in treno di due ore e mezza con gli appunti di fluidodinamica numerica in mano, carpiti un anno fa da una professoressa sconosciuta di fluidodinamica numerica. Solito treno, solito binario 1 ovest di arrivo, solita stazione.
Ero in tenuta leggera, con t-shirt sotto al maglione e giubba pseusoestiva. Mi sono sentito Akakij Akakievic Bašmaèkìn, il protagonista del racconto di Gogol, Il cappotto. In una piazza gelida, tra viuzze malfamate della stazione (non so quanti pseudospacciatori ho identificato, grazie al mio fiuto napoletano), combattevo strenuamente contro i rigori del freddo. Imparabili. Parole ancora più fredde del freddo in quanto tale.
Sono arrivato a casa ricevuto da un goliarda, e mi sono accomodato sul divano di cucina in attesa del mio ospite. Sempre con i miei appunti di fluidodinamica numerica in vista di importanti novità nel futuro prossimo. Si fanno le due, la compagnia di Alberto Angela era ormai lontana da un pezzo. Il mio ospite trova un profugo polacco, scampato ai campi di sterminio, sul suo divano, semiaddormentato, mentre lui era più alticcio di Sederianin. Gelato di mela.
Non avevo confermato la mia visita e quindi non mi aspettava. Io avevo fortunatamente approfittato di una cotoletta del goliarda, gentilmente offerta da lui medesimo. Trovarsi un profugo polacco tra capo e collo è una grossa sventura, immagino cosa abbia potuto pensare il mio generoso ospite. Fortunatamente siamo amici da lustri.
Il giorno dopo ho girato con lo pseudoestivo. Una giornata molto carina passata con gli amici di sempre. Ma la sera ho comprato il nuovo cappotto. Proprio in onore di
Akakij Akakievic Bašmaèkìn.

Frammenti mobili


Il contest de l'Isola dei Feaci è giunto a termine con una rush finale in termine di partecipazione eccezionale: ben 42 foto in concorso!
Io e Mauro vogliamo ringraziare tutti quelli che hanno partecipato, quelli che avrebbero voluto partecipare e tutti quelli che continueranno a mandare le proprie foto a quella che sarà la nostra galleria permanente. Quella della fondazione Frammenti Mobili.
Questa settimana avverranno le votazioni da parte delle muse, poi escono i quadri con i sette finalisti che andranno al ballottaggio, da cui verrà fuori soltanto uno.



Alea iacta est


Ci siamo.
L'isola dei Feaci giunge alla conclusione. Le ultime opere sono arrivate entro la mezzanotte di stanotte con il contributo artistico dei partecipanti dell'ultima ora.
Ci sono parecchie foto ancora nella casella di mail ancora non inserite in galleria, ma entro stasera tutto sarà a suo posto.
Oggi Mauro sale su dalle Muse e consegnerà loro l'incarico del voto (atto formale, ma in realtà già fremono!).
La settimana prossima si riunirà il Gran Consiglio delle Sette Muse per decretare il vincitore.
La corona per la foto regina è già pronta.
 
postilla
di comune accordo, io e Mauro abbiamo deciso di lasciare comunque aperta la Galleria dei Feaci, perché tutti (noi compresi) possano aggiungere altre fotografie sullo stesso tema, anche dopo la chiusura del contest.




Il mio pollice verde

 
 
Portami il girasole ch'io lo trapianti
 
Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.


(Eugenio Montale, Ossi di Seppia)

 


Dubbi... menandrei


Luci soffuse. Si vedono appena le scenografie. Ruderi di classica bellezza sono in qualche modo ricoperti di rovi di parole pungenti.
Una statua di Afrodite, senza le braccia per agire. Una statua di Minerva, razionale e glaciale con tanto di civetta dagli occhi ben aperti.
Entra in scena un attore. Ha il compito di delucidare sulla trama di questo intervento, in maniera tale, come nella migliore tradizione ellenica del teatro, che non ci si soffermi tanto sulla scena, ma sulle parole e sul lavoro interiore dei personaggi.

Tranne che la Tuxè, la fortuna, le divinità hanno posto solo nel prologo nei pezzi di Menandro. Quindi l'attore in scena ha una maschera che ricorda il dio Pan (di nome, Perfocaccia di cognome). Il dio Pan Perfocaccia è, come tutte le divinità che si rispettino, onnisciente. Egli sa tutto di trame contorte nelle quali c'entra in qualche maniera l'amore, ma in genere compare solo quando l'amore finisce. Quando l'amore persiste come la nebbia nelle albe delle mattine d'autunno sui campi incolti, egli prende il nome di Pan Cotto. Quando invece diventa focoso e appassionato si fa chiamare Pan di Spagna. Ma in verità quando uno resta ferito lui rivela la propria identità, Pan Perfocaccia, senza ombra di dubbio.

Pan comincia a raccontare...

La storia è quella di un vecchio di nome Cnèmone. Misantropo. Un bel giorno si trasferisce su di una montagna assieme alla figlia.

Siccome la ragazza vive fuori dal mondo, io, il dio Pan faccio in modo che un ricco ed elegante (almeno d'animo) giovane (almeno dentro), Sostrato, più grande di lei di un paio di lustri, si innamori di lei appena la vede. Subito. Puff. Sono dio... Però Sostrato trova come insormontabile ostacolo il vecchio Cnèmone, col suo carattere aspro, soprattutto con i pretendenti presunti vecchi della figlia.

I due si innamorano però e non riescono a fare più a meno l'uno dell'altra. Sostrato fa di tutto per renderla felice, non nasconde la propria età, ma la figlia per evitare che succeda la disturbata cela al vecchio misantropo le verità. Ma il vecchio Cnèmone scopre con uno stratagemma l'età di Sostrato e cala il gelo su tutta la vicenda.

Arrivati a questo punto della storia ci si aspetterebbe una qualche direzione in cui andare, un colpo di scena, un colpo nelle reni di Sostrato da parte di Cnèmone, una caduta in un pozzo o in un canale. Niente. Silenzio, gelo e calma piatta. Un oceano di silenzio.

A questo punto, io, il dio Pan, me la squaglio prima di finire grattugiato.





Ed è dietro questa cortina che si sviluppa il senso di fuga e di colpa della figlia, infelice ma impotente; tutti guardano in faccia il dio Pan, aspettandosi un intervento divino che tragga in salvo le sorti di tutti. Pan fa quadrato (i francofoni apprezzeranno la battuta) intorno a se stesso e cerca in qualche modo di sottrarsi dalle responsabilità. Cnèmone non vuole sapere niente, irremovibile. Alla fine la figlia di Cnèmone fugge, ma non dimentica il suo eroico Sostrato. Ma chi sarà il lupus in fabula? Buona Tuxè...

Sostrato va al supermercato a comprare un bel collare per cani e poi si avvia verso l'autostrada, solo e ramingo, trascinando il proprio cuore come un cane che trascina la propria zampa schiacciata dal treno dell'amore (citazione da Majakovskij).

Dieci anni dopo.

Il vecchio Cnèmone si è dato alla bella vita, abbandonando la misantropia verso i tentati generi per vivere una vita alla Lucignolo, negli agi e nella mondanità. Il dio Pan ha aperto una paninoteca a Mykonos e sta facendo affari d'oro. Si è preso a garzone il dio Efesto che si è messo a fare le pizze e il dio Poseidone per le specialità di mare. Il vecchio Sostrato e la giovane figlia di Cnèmone stavano con un'altra persona entrambi, infelici e scontenti. Erano perfetti.
Perfetti, insieme.

Sipario. Silenzio in sala.



Fino a che età si è giovani per amare? L'età è più importante della felicità?






Consulenza di letteratura greca da parte di Dina
Liberamente tratto dal Dyskolos di Menandro

Fiocco di neve


Comunicazione interna per "Massimiliano":

Forse è solo perché sono irrimediabilmente egocentrico. Forse perché non mi piace sentirmi un mezzo, mai. Il fastidio dell'anonimato che costringe a pensare "chi possa essere". La menzogna. Per questo provvederò adottando il protocollo di autoregolamentazione dei blog proposto da Microsoft in futuro.
Ti ringrazio per il chiarimento, comunque, avevo frainteso il tutto per una presa in giro nei miei confronti, sono permaloso, e mi scuso per qualche parola pesante, troppo fuori luogo magari per questo luogo e per le mie consuetudini. Ho tolto da mezzo quell'intervento, ormai fuori luogo più di prima. Come ramoscello d'ulivo sulle parole volate. Resta il fatto che non è la prima volta che questo accade.
Questo è volutamente un luogo pubblico, aperto a tutti, purché si rispetti l'anima e l'armonia di questo posto, senza turbarla troppo. Tutti possono prendere parte purché ci si assuma le responsabilità di ciò che ci scrive, con un nome, nei limiti del valore intrinseco del nome su un mezzo come internet. A casa d'altri mettere i piedi sul tavolo del salotto non è gradito per costume comune, anche se fatto con le migliori intenzioni di questo mondo, o bussare al citofono e scappare può anche dare fastidio, tutto sommato. Dire di essere il tecnico del gas, quando non lo si è, può fare venire a tutti un ragionevole dubbio che ci sia qualcosa di fastidioso da chiarire.
Tra l'altro, ci sono altri modi per contattare terze persone, anche se queste sono mie care amiche. Sarà un mio limite. Sarà che sono egocentrico. Sarà che non voglio trovarmi in situazioni imbarazzanti, mio malgrado. Sarà che la cosa poteva sembrare una presa in giro per tante persone, almeno quelle che hanno un modo di vedere le cose vicino al mio. Mio limite, mea culpa. Scusa per ancora per quelle parole, fuori luogo.

Saluti cordiali,

Nando


Ps. Ti avrei risposto in privato, come hai fatto tu, ma non avevo le credenziali per risponderti in privato. Dopotutto la vicenda è stata pubblica dall'inizio e magari qualcuno avrà seguito la soap opera e vorrà sapere cosa sia successo dopo. D'altronde ho utilizzato sempre il tuo "pseudonimo" quindi nessuno, tranne i diretto coinvolti, sa chi sei (se è per questo non l'avrei saputo neppure, fosse dipeso dalla tua volontà). La tua identità segreta non è violata. D'altronde non è detto che sia tu il destinatario di tutto questo, così come non è detto che sia tu il destinatario del post estromesso dal blog per i suoi contenuti non in linea con i principi del blog. Ma visto che hai "confessato" penso che sia tu, oltre ogni ragionevole dubbio.


Frodo, il mezz'uomo di niente

 
Quando voglio divertirmi con un gioco in genere mi dedico ai videogiochi di strategia in tempo reale (Age of Empires, Empire Earth...). Quando sono tra amici invece mi piace giocare a giochi tipo Trivial Pursuit, Pictionary, Taboo, Risiko. Monopoli non tanto. Ci gioco, ma alla fine è troppo una questione di fortuna quel gioco, tutto dipende dai contratti che ti capitano, che bravura c'è nel mettere tante case tra piazza dell'Università e via Roma? Quelli più economici sono inutili, quelli viola sono inaccessibili e poco probabili. Infatti, quando ci gioco e perdo mi metto a fare boicottaggi contro il mercato. Vendo tutto a prezzi stracciati a chi sta perdendo e stravolgo il gioco, facendo incazzare tutti. E' un po' come quando da bambini si giocava col pallone e se c'era qualcuno che sgarrava non c'era mossa migliore di riprendersi il pallone e tornarsene a casa. Ricordo che una volta giocai a pallone con ben due espulsioni per gioco falloso in difesa (non ci vado molto per il sottile, sono effettivamente pericoloso) solo grazie al fatto che il pallone (di cuoio, procurato coi punti del detersivo...) fosse mio. Soddisfazioni.
Oggi invece c'è chi si diverte, come ha dichiarato lui, giocando col physhing dei codici delle carte di credito. In effetti è molto più divertente, per la componente rischiosa, del Monopoli, se non fosse altro che sia reato frodare il prossimo. Frodo, così chiameremo questa persona, è uno di quelli che passava il proprio tempo ad inviare sms firmati col nome di una nota carta di credito. Sempre per gioco aveva allestito un personalissimo call center per farsi dare, in automatico, perché uno ha pure i propri impegni in giornata, mica può stare tutto il giorno così ad aspettare che l'esca dia i suoi frutti... Frodo ha così trovato il modo di fare i suoi piccoli acquisti, appena 800 euro tutto sommato (un dilettante...), con questi mezzucci. La cosa inquietante è che ci sia un popolo della terra di mezzo (e che non è la Mesopotamia, in quel caso ci sarebbe lo Stige e l'Acheronte per un mondo sempre più dominato da persone che sanno ed altre analfabete in senso informatico) che abbocchi. Io a volte ci metto una decina di minuti per ispezionare i bancomat dove prelevo. Un giorno mi scambieranno per un romeno che si occupa di informatica (sono bravissimi in questo campo, loro sì che studiano a come frodare gli incauti, senza nessun razzismo) che si è messo al lavoro, spregiudicato in pieno giorno.
Tutto sommato quindi Frodo è proprio un mezz'uomo di niente... un dilettante. Uno che voleva divertirsi. Frodo aveva trovato il suo "tessoro" ma l'ha sfrutatto poco tuttavia, forse per non farsi dominare dalle sue oscure forze. Il denaro ha forze più oscure dei buchi neri (di ogni specie e natura). Se avesse avuto l'anello del film se lo sarebbe venduto al banco dei pegni.
Le caselle di posta elettronica sono piene di spam che chiedono queste informazioni riservate. Mi arrivano richieste da Poste Italiane, Fideuram, Banca Intesa... se veramente avessi tutti questi conti aperti, sarei felice di condividere questi beni con i physher, con Frodo, con i trapani a percussione e pure con romeni e romagnoli di ogni dove.
 
 
 
 

 

 

 
PHYSHING CON SMS, PRIMA SENTENZA IN ITALIA
 
MILANO- Il gup di Milano Caterina Interlandi ha emesso la prima sentenza in Italia per phishing, truffa messa in atto sottraendo codici di carte di credito attraverso sistemi telematici, nei confronti di un ventitreenne residente a Varese. Il giovane, con rito abbreviato, è stato condannato a due anni e otto mesi di reclusione oltre a 1000 euro di multa e al risarcimento di 10 mila euro per danni di immagine a favore di CartaSì che con una denuncia della primavera dell'anno scorso aveva dato avvio alle indagini della polizia postale.

 "L'ho fatto un po' per scherzo - avrebbe spiegato il giovane ai magistrati - non credevo che avrebbero abboccato in tanti". Secondo il pm Francesco Cajani aveva congegnato un sistema attraverso il quale, tra il gennaio e il giugno dell'anno scorso, si era appropriato di numerosi codici di carte di credito effettuando poi acquisti via internet per circa 800 euro.

 Appassionato di informatica aveva acquistato un pacchetto di sms che spediva da un sito internet facendo comparire come mittente 'CartaSi'': "Chiami il numero 'x' di Servizi Interbancari per verificare la transazione con la sua carta di credito - si leggeva nel messaggio - al fine di verificare usi fraudolenti". Il destinatario del messaggio chiamava allora quel numero 'x' da cui un messaggio automatico predisposto dal giovane di Varese gli chiedeva di inviare i propri codici di carta di credito. A quel punto il gioco era fatto.
 
(fonte: ANSA)
 
 
 
 

Il tunnel


Chi è stato tra la vita e la morte racconta quasi sempre di un tunnel di luce. Io non ho ancora provato questa esperienza e spero di trovarmici quanto più in là possibile, per quanto il secondo principio della termodinamica non dia scampo (né ha preso mai un granchio) e ci condanni inesorabilmente a lasciare prima o poi questo mondo. Da noi, in azienda, abbiamo un lungo corridoio e tra qualche giorno, io sarò trasferito proprio in fondo a questo lungo ed interminabile condotto.

Basti pensare che raddoppierà la distanza tra casa mia e l'ufficio a causa del trasferimento di ufficio. Ma va bene così, in attesa dei fatti molto più importanti che avranno luogo a gennaio, quando si decideranno le mie sorti. Se tutto va bene, siamo rovinati, come dice il mio, ancora per poco, compagno di ufficio.



corridoio eni

Il lungo corridoio di Bolgiano (foto di Vincè)



 

La giuria museale e musiva dei Feaci


Prego Muse, accomodatevi. Un po' di nettare, ambrosia? Un caffè o una grappa? Prego Muse prendete posto. (Invocazione alle Muse)



Il silenzio e il buio tra le colonne bianche sono rotti all'improvviso dal suono di una lira e da un fascio di luce dall'alto.

Io, lo zelante Nando, e il pelide Mauro entriamo in scena. Dei ex machina.

Io con la lira ho le mani bucate (figuriamoci con l'euro poi...), quindi tocca al pelide Mauro suonarla, novello aedo in peplo e con febea corona di alloro, si esibisce in un virtuosismo di lira mai visto sull'isola dei Feaci. Alcinoo, dagli occhi ferrigni, lo guarda incuriosito.. Io mi faccio calare dall'alto con un complesso sistema di carrucole e corde ad annunciare che la sabbia del tempo viene inghiottita dall'orifizio con crudele brama, la clessidra dei Feaci sta per finire. Con ali di Eros e con scarpe griffate Hermes mi calo dal cielo annunciando la giuria delle muse.


Dopo la jam-session con la lira, Mauro corre a cambiarsi dietro alle quinte (siamo sotto organico ed anche lui è un muso, come me tra l'altro, che il grande Zeus non se ne abbia a male...), io esordisco a dieci metri da terra:
"
Annunciazione, annunciazione! (pagheremo i diritti a Troisi) Vengo con questa mia addirvi una parola tutto attaccato...".

Alcinoo si mette una mano in fronte e dice:

Ma chist è tutt scem!”

con evidente cadenza partenopea ed invoca il divino Apollo, dio delle arti e della luce del sole, perché mi faccia rinsavire e pronunciare le parole più appropriate.

Apollo dal fondo della sala scocca una freccia e mi abbatte al suolo.

Era solo una frecciatina” dice il divino.

Non mi faccio quasi nulla nella caduta, posso sopravvivere grazie all'incarico di muso (l'impunità mica l'hanno inventata in Parlamento...). Corro dietro le quinte a cambiarmi. Tra pochi secondi si va in scena. Troppo poco tempo per prepararsi...Apollo appuntisce le frecce per quando tornerò in scena.


Alcinoo prende lui la parola, dopotutto è lui il re dei Feaci.

In sala, tra le colonne c'è tanta bella gente riunita, indistinta, che bisbiglia. Ora bisbigliano, quando l'isola è partita urlavano entusiasti.

Grande successo di critica quello dei Feaci. Un concorso fotografico che ha richiesto essenzialmente un bene inestimabile, la fantasia, ed uno etereo come l'essenza di rosa, la volontà. Tra fantasia e volontà sono giunte tante promesse e un numero discreto di foto, cosa che ci ha resi orgogliosi della nostra idea e delle persone che ci hanno seguito ed hanno diffuso il nostro verbo preferito: inventare. E (kai) in effetti ognuno ci ha messo del suo nelle foto che ha presentato, interpretando le linee guida date nel regolamento e dando un risultato che è andato ben oltre alle aspettative, tanto che abbiamo più volte dovuto discutere e mettere il regolamento in grado di essere all'altezza della vostra creatività. Le navi della fantasia si sono incagliate sugli scogli della domanda: cosa è l'arte? Quello che è più importante, è che ci siamo divertiti, ci stiamo divertendo e siamo coscienti di avere fatto noi tutti una cosa piccola, ma non assolutamente banale. Il tema è in effetti impegnativo, ma volevamo porre l'accento sulla qualità e credo proprio che ci siamo riusciti.

Ma ora un po' di silenzio altrimenti Alcinoo si incazza, ha già cominciato a parlare ed io narratore onnisciente mi metto a parlare così a voi pubblico. In verità, c'è anche qualcuno in fondo, il solito loggione, che intona canti di usignoli per la figlia di Alcinoo, Nausicaa, che si è presentata a fianco del padre con peplo particolarmente scosciato.
"Coff coff... abbiamo finito caro narratore?"
Sì, sì, scusi re Alcinoo, prosegua pure.
"Grazie" dice con aria un po' stizzita.
"Un po' più di stizzita direi... Nausicaa! Vatti a mettere qualcosa addosso, a papà..."
Scusi re.
"Papi... ma come sei obsoleto... uffa!"
"Muoviti, or dunque!"
Nausicaa si va a cambiare. I padri di una volta non vogliono sentire ragioni. Il loggione protesta.
"Attenti figli del superbo Ilion! Non fate i proci laggiù!" dice Alcinoo.
"No no... anzi..." si sente in lontananza.
"Cominciamo questa serata di presentazione delle muse del contest fotografico di Nando e di Mauro"
"Vi riassumo quello che avrebbe dovuto dire il pennuto abbattuto prima da Apollo"
"Mancano pochi giorni alla chiusura del contest L’isola di noi Feaci, e già possiamo dire che non ci aspettavamo un così grosso successo di critica. Direi anche di pubblico stando alle numerose visite ai nostri blog e ai tanti spot pubblicitari che i nostri vecchi e nuovi amici hanno dedicato al concorso. Speriamo solo che qualche promessa di qualcuno sia mantenuta... altrimenti vi mandiamo Odìsseo a casa a nascondervi una testa di cavallo di Troia nel letto..."
Alcinoo ha un senso dell'umorismo abbastanza caustico, ma è un bravo re.
"Sì, narratore onnisciente, ma se mi inchezzo..."
Non vi avevo detto che Alcinoo è interpretato da Lino Banfi.
Alcinoo prosegue. Mi fa un'occhiataccia, ma prosegue. Che re permaloso...
"Adesso è venuto il momento di presentare la giuria delle sette muse (e musi...), i sette blogger che decideranno quale fotografia abbia colto meglio lo spirito del contest, quale sia la più bella o la più spiritosa."
Le luci si concentrano sul palco e compaiono le sette muse, vestite della loro saggezza e del più romantico senso dell'arte.
Alcinoo prosegue:
"Presidente della giuria è il divo Samuele, fotografo, persona d’eccezione che ha meritato la citazione anche sui papiri nazionali, protettore degli aspiranti fotografi"
"Fotografo e grafico è l’eccelso Pino detto SorrisoSereno, con la sua lanterna magica dispensa felicità tra gli uomini che l’hanno scelto come protettore dei matrimoni..." 
"Fotografa è la sublime Klo, è la forza della natura umana che sfiora il divino e cattura l’essenza delle persone, delle cose, del regno animale e del regno vegetale, e stupisce ogni giorno con i suoi scatti, sempre di più, è Klo"
"E ancora, due donne, due generazioni, due muse"
" Marilù, ambasciatrice della Magna Grecia, idolo degli snob, cultrice delle lettere e dell’arte dalla sua dimora presso la città di Ortigia"
"E direttamente dalla Scitia, la eterea e diafana, bellissima e incantevole Manù, di etrusca schiatta, dedita alle arti, alla musica, al canto e alla recitazione"
“Poi ci sono il pelide Mauro e lo zelante Nando, quei due cialtroni... Quelli avete già avuto la sventura di conoscerli" ghignava alticcio.
"Ma non ho bevuto, come osi?!"
"Tu sarai re, ma io so' narratore e pure onnisciente..."
La scena si chiude tra il vocio del pubblico sbigottito nel buio e Alcinoo che, offeso, alza addosso e se ne va stizzito.
"Ja maestà nun fate accussì, qui si pazzea!" dicono Mauro e Nando seguendo Alcinoo per sedare la disturbata.


Sipario.




Come nelle migliori sceneggiate, il sipario si riapre, e alla fine tutti salgono sul palco in parata. Tutti abbracciati, cantiamo calorosamente a squarciagola:

Basta che ci sta o sole, basta che ci sta o mare

caru Poseidone ma tu che vuoi a'cca?

Chi ha avuto ha avuto ha avuto...

Chi ha rato ha rato ha rato...

scurdammece o passato simme e Scheria*, paisà”


Petali di rose, incenso e mirra.

Tarallucci e vino.


Applausi.


Tutti fuori a ricevere l’omaggio del pubblico.
Inchini e genuflessioni in attesa dell'ira di Poseidone.

"E Nausicaa?!" dice un usignolo.
Boh, non si è vista più in giro. Ma non dite niente al padre, mi raccomando. E' troppo sospettoso della figlia. Quella poi... in età da marito, gira per le spiagge alla ricerca di fascinosi sconosciuti da accalappiare e portare dal padre. Ma Ulisse nun è scemo.



* NdA. - L'isola dei Feaci, Scheria, corrisponde all'attuale Corfù, notoriamente invasa da nostri conterranei.








Non è l'amore che va via


Vai vai
tanto non è l'amore che va via
Vai vai
l'amore resta sveglio
anche se è tardi e piove
ma vai tu vai
rimangono candele e vino e lampi
sulla strada per Destino

Vai vai
conosco queste sere senza te
lo so, lo sai
il silenzio fa il rumore
de tuoi passi andati
ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d'amore
e il gusto amaro del mattino

Ma
non è l'amore che va via
il tempo sì
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te...
Non E' L'Amore Che Va Via
soltanto un sonno di quiete domani...

Ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d'amore
e il gusto amaro del mattino

lo so lo sai
immaginare come un cieco
e poi inciampare
in due parole
a che serve poi parlare
per spiegare e intanto, intanto noi
corriamo sopra un filo, una stagione,
un'inquietudine sottile.

Ma,
non è l'amore che va via
il tempo sì,
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te...
soltanto un sonno di quiete domani...


(Vinicio Capossela, Non è l'amore che va via, L'indispensabile 2003)






La famiglia dell'antiquario

 
 
Stasera comincia la mia nuova stagione di avvicinamento al teatro. C'è La famiglia dell'antiquario di Goldoni al teatro Grassi ed io ed un gruppo di amiche saremo lì, su iniziativa di Cristina, che purtroppo non sarà dei nostri a causa delle novità relative ai legamenti. Nell'anno goldoniano non poteva mancare una nostra visita a teatro a riguardo. Inoltre, molto probabilmente rifaremo l'abbonamento al teatro come lo scorso anno e comincerò io stesso un corso base, da zero, di teatro presso l'associazione Dedalo a Milano assieme ad Elisa. Saremmo dovuti essere in tre ma Federico ci ha ripensato. Speriamo bene.
 
 

 
 
 
Goldoni come non l'avete mai visto. Dopo il grandissimo successo alla Biennale di Venezia, va in scena La famiglia dell'antiquario, diretta da Lluis Pasqual, uno tra i più importanti registi europei, che per la prima volta si confronta con un testo goldoniano in italiano e, con un protagonista d'eccezione, Eros Pagni.


Una commedia attraversata da una serie di contrasti che, invece di comporsi in lieto fine, come normalmente accade nel teatro goldoniano, restano aperti, irrisolti: La famiglia dell’antiquario, testo tra i meno frequentati del commediografo veneziano, scritto nel 1750 e messo in scena per la prima volta al Teatro Sant’angelo di Venezia con il sottotitolo La suocera e la nuora, è la prima commedia goldoniana a trasmetterci il senso di una crisi imminente.


Una crisi che solo apparentemente coinvolge le componenti femminili della famiglia dell’antiquario, la suocera Isabella e la nuora Doralice, ma che in realtà rappresenta uno scontro tra due mondi: l’aristocrazia, di cui si percepisce tutta l’inanità, e la borghesia, forte di un potere economico sempre più solido, ma che esita a prendere saldamente in pugno la situazione, perché non ancora perfettamente consapevole di sé.


Invano, il figlio di Isabella e marito di Doralice cerca aiuto nel padre, Anselmo Terrazzani: completamente preso dalla passione per l’antiquariato, questi si disinteressa dei problemi familiari.
 
 
 

Discendenza e progenie, l'ipotesi extraterrestre

 

Sono sempre più convinto di discendere dalla nobile civiltà dei Sumeri piuttosto che dagli Etruschi come spesso sostengo. Forse gli Etruschi alla fin fine derivano in qualche maniera dai Sumeri. Alla fin fine deriviamo tutti da quei organismi monocellulari che infestavano gli oceani mari primordiali quando ancora l'atmosfera era priva di ossigeno. In effetti, all'inizio dei tempi l'ossigeno non era presente nell'aria di allora. Fu uno dei primi casi di mutamento ambientale dovuto alla presenza della vita. Qualche organismo killer (per quei tempi in cui l'ossigeno era letale per gli organismi, erano killer) rovinò per sempre l'ambiente di allora, però la vita si adattò ed oggi respiriamo ossigeno alla faccia loro. Non che l'ossigeno di suo faccia bene, ma il nostro corpo ha imparato ad usarlo senza distruggersi e fare la fine dei batteri del bucato con Napisan. Ho letto qualche tempo fa su un libro molto bello, di simpatiche curiosità di chimica in Normale, che gli organismi viventi, mammiferi in primis hanno la durata della vita correlata alla presenza di una particolare molecola che evita di essere avvelenati dall'ossigeno. Beh stiamo parlando dell'emoglobina. Ho comprato un libro di Richard Dawkins che parla anche di queste cose: in particolare parla di geni e anche di memi.

 

Simpatici batteri che si scambiano geni come se fossero figurine.
(Eterni perché non fanno sesso sia dentro e che fuori dal matrimonio, e quindi la Chiesa non ha nulla da crogiolarsi)

 

Di fatto, tra geni e memi tutti noi in effetti discendiamo da Etruschi, da Sumeri, da Egizi. Ma io oggi mi sento più sumero. Non so dire il perché, è una sensazione. Chissà forse i mie appunti di fluidodinamica sembrano scritti in carattere cuneiforme, forse perché mi sto dedicando all'agricoltura con le piante di aromi. Basilico, prezzemolo, rosmarino. Nessun altra erba per ora, vi rassicuro tutti. Persino le lingue in qualche modo tra indoeuropei e compagnie cantanti (tramite aedi e bardi) derivano dall'accadico, la lingua usata proprio in qualche dinastia di sumeri e babilonesi. Delfina mi deve prestare un libro di Semeraro in cui si parla proprio di questo inquietante legame tra il latino, il greco e l'etrusco con l'accadico. E (kai) mi ha raccontato che alcune parole di utilizzo comune nella nostra lingua derivano da concetti intuitivi del quotidiano proprio dalla lingua accadica. Il termine "cavallo" (quello che si mangia il fitto da noi versato ogni mese per casa nostra nel Fantabosco) deriva dall'accadico, per esempio, e significa "attaccare al carro"...

Una di quelle parole che hanno sfidato i millenni è "mano", dal latino manus. Umberto Galimberti nel suo splendido Dizionario di psicologia evocò la definizione kantiana della "mano" come proiezione esterna della mente. Manus, che non ebbe un'etimologia, ha il suo antecedente nell'antico accadico manù (calcolare, computare). Ne risulta la mano come strumento naturale del computo per indigitazione, quale emerge nei libri di matematica sino al Settecento. A quella antica parola accadica manù ci riconduce una lunga serie di parole greche, latine, germaniche. 

(Tratto dal libro di Semeraro citato)

 

Principali segni della lingua accadica

 

Ma allora io mi chiedo e mi dico e poi in realtà provenissi dalla civiltà di Atlantide, l'isola perduta descritta da Platone nel Crizia e nel Timeo? Sebbene l'ipotesi più accreditata (quella che ho sentito dal Prof. Bellotti del corso di Antiche civiltà del Mediterraneo) sia Santorini, a me farebbe più piacere che sia l'isola Ferdinandea dei Borboni per una questione di nomi. E (kai) se quella di Platone non fosse una semplice città ideale come quelle che si sprecavano nella filosofia del Cinquecento e Seicento (quella di Tommaso Moro mi ha sempre affascinato tanto da farmi leggere la sua Utopia tutta di un fiato, per quanto geometricamente inquietante come luogo). Un segno a favore dalla discendenza dagli atlantidei è la figura di mio zio G., fratello di mia madre. Parla una lingua strana che capisce solo lui, traccia strani segni geometrici quando è sovrappensiero, parla sempre di suoi amici che nelal vita hanno fatto di tutto ed hanno sempre prevalso su ogni membro dell'umanità. a volte mio zio G. cammina sull'acqua. Non si chiama Gesù, ben inteso... E' un'iperbole per dire che produce più palle lui che l'industria mondiale dello sport. Tutti in famiglia sanno che conta palle a iosa, ma tutti per bontà divina fanno sempre finta di crederci. Magari dopo ridono alle sue spalle, ma lì per lì (che fa lì al quadrato) gli credono per farlo contento. E (kai) lui si bea nel suo, nella sua autostima autoadattativa, della sua vita ricca di avvenimenti e di aneddoti. Se una sola parola di quelle che dice è vera, io sono atlantideo. O perlomeno Etrusco, che cacchio. Ma pure tutti gli altri parenti non credo siano molto diversi, tutti perlomeno Etruschi. Ma sicuramente qualche influenza aliena si sarà pure stata. 

 

Pallone per esperimenti chimici,  per mio zio G.

 

A proposito di Atlantide, mi ricordo di un giorno quando andavo ancora al liceo, passato col mio amico Enzo alla biblioteca nazionale di Napoli alla ricerca di prove sull'esistenza di Atlantide. Lui per via necromantica ed esoterica. Io tramite una ricerca di fonti storiche. Ricordo che l'addetto della biblioteca, monocolo e zoppo dallo stesso lato, ci guardò strano e non era solo colpa sua, poveretto. Io ero pronto per partire per la regione dell'Atlante nel Marocco a causa di Charles Berlitz (che col senno di poi sarebbe capace di dire che Atlantide si trovi alla Bahamas, vicino qualche resort americano di lusso), lui per invocare divinità dimenticate o forse semplicemente fuori ufficio per ferie. Leggevamo troppi fumetti forse. Sommo Giove, che bei tempi che erano quelli. Meno male che eravamo poveri altrimenti saremmo partiti anche per il villaggio tibetano buddista di Dagri per imparare qualche arte marziale occulta che ci avrebbe aperto le porte della mitica Agarthi. A quel punto avremmo risolto ogni nostro problema di trasporto nella vita, il mondo di Agarthi è comodissimo a riguardo prevedendo il collegamento interdimensionale tramite cunicoli spazio-temporali tra tutti i luoghi del mondo. Ora si è fatto tardi, io non ho Java che mi cucina pure e devo lavorare. Arrivederci alla Città del Sole di Tommaso Campanella. Citofonate o suonate la campanella.

 

L'isola di Utopia di Thomas Moore

 

Ah dimenticavo, ho trovato dei link interessanti delle letture che faccio da tempo immemore, c'è qualcuno che si occupa delle stesse cose di cui mi occupo ogni tanto io. C'è un percorso mentale, un meme, dietro, sicuramente. Spero di percorrerlo col le braccia libere, senza camicie bianche con le maniche tanto lunghe da doverle legare dietro. Una questione di comodità.

 


 

Song: Mesopotamia

 

 
 
 
Lo sai che più si invecchia
più affiorano ricordi lontanissimi
come se fosse ieri
mi vedo a volte in braccio a mia madre
e sento ancora i teneri commenti di mio padre
i pranzi, le domeniche dai nonni
le voglie e le esplosioni irrazionali
i primi passi, gioie e dispiaceri.
La prima goccia bianca che spavento
e che piacere strano
e un innamoramento senza senso
per legge naturale a quell'età
i primi accordi su di un organo da chiesa in sacrestia
ed un dogmatico rispetto
verso le istituzioni.
Che cosa resterà di me? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?
Mi piacciono le scelte radicali
la morte consapevole che si autoimpose Socrate
e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana
la vita cinica ed interessante di Landolfi
opposto ma vicino a un monaco birmano
o la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli.
Anch'io a guardarmi bene vivo da millenni
e vengo dritto dalla civiltà più alta dei Sumeri
dall'arte cuneiforme degli Scribi
e dormo spesso dentro un sacco a pelo
perché non voglio perdere i contatti con la terra.
La valle tra i due fiumi della Mesopotamia
che vide alle sue rive Isacco di Ninive.
Che cosa resterà di noi? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita?
 
 
 
(Franco Battiato, Mesopotamia, Giubbe rosse 1989)
 
 
 
 
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Rischio elettromagnetico cellulari

 
 
Usiamo i cavi e gli auricolari!
 
ROMA - Viene dalla Svezia l'ultimo allarme sull'uso dei telefonini. Secondo uno studio di due ricercatori, Lennart Hardell dell'università di Orebro e Kjell Hansson Mild di quella di Umea, usare il cellulare per più di 10 anni aumenta il rischio di sviluppare due tumori, il glioma e il neuroma acustico, nel lato del cervello dove si tiene l'apparecchio. La ricerca, pubblicata dalla rivista Occupational Environmental Medicine, ha analizzato e unito i risultati di undici studi effettuati in tutto il mondo sull'insorgenza di tumori in persone che usano telefoni mobili (cellulari ma anche cordless) da più di una decade.

Il risultato è stato che l'uso prolungato aumenta del 20% la probabilità di contrarre un neuroma acustico, una formazione benigna che colpisce un nervo dell'orecchio, e del 30% quella di sviluppare un glioma, un tumore maligno che colpisce il tessuto nervoso del cervello. Secondo lo studio è sufficiente un'esposizione di duemila ore, circa un'ora al giorno per dieci anni, per aumentare il rischio.

 "Ma il rischio potrebbe essere ancora maggiore - avvertono gli autori intervistati dal quotidiano inglese 'The Independent' - perché dieci anni è il minimo periodo necessario a sviluppare un tumore. Non si può dire nulla sulle cifre che troveremo fra altri dieci anni, potrebbe esserci un aumento esponenziale dei casi, soprattutto fra i più giovani". Secondo i ricercatori bisognerebbe rivedere gli standard di emissione per i telefonini, definiti 'inappropriati e insicuri', e studiare i possibili legami delle radiazioni con altre malattie, come l'Alzheimer e diversi tipi di tumori. 
 
 (ANSA)